L’importanza di perdere

Quante volte ti è capitato di fallire e sentirti amareggiato? Ti succede di sbagliare e poi darti dell’incompetente? Hai mai affrontato una sfida, accorgendoti poi che non eri in grado di reggerla, ricordando così a te stesso quanto sei incapace o prendendotela addirittura con la vita stessa?

I fallimenti che non accetti nella tua vita possono essere creati da una parte vulnerabile di te a cui non dai spazio e che si manifesta in modo distruttivo attraverso vie alternative, quali perdite o distruzione di cose, depressione, mancanza di lavoro, assenza di relazioni.

Una parte di sé non accettata vive nell’ombra e dall’ombra si manifesta, attraverso sintomi, situazioni e proiezioni distruttive, che hanno lo scopo di dare uno spazio a quella parte e renderla visibile alla persona.

Qualunque situazione vissuta come negativa richiama una parte della persona messa in ombra. La persona la vive come negativa proprio perché ha negato quella parte di sé e per lei risulta difficile ascoltarla.

Nel caso dei fallimenti vissuti come negativi, per la persona è inconcepibile sbagliare, avere bisogno o non raggiungere certi obiettivi, così il fallimento si mostra nella sua vita come proiezione di una vulnerabilità non accettata che ha bisogno di attenzioni e di essere vissuta nel suo aspetto creativo.

 

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Quando un fallimento viene vissuto come misura del proprio valore, la persona ha messo in ombra la sua parte vulnerabile, dando spazio solo alla prestazione.

Prendiamo l’esempio di D., cresciuta in una famiglia in cui vigevano motti del tipo: “Non si chiede niente a nessuno”, “Chi fa da sé fa per tre”, “Questa famiglia non ha debiti con nessuno”, “Me la cavo da sola”, “Non ho bisogno di chiedere”, e così via. In questa famiglia veniva prima di tutto il lavoro e D. si trovava spesso da sola, quindi ha imparato ad arrangiarsi e a non chiedere aiuto. Per lei sbagliare era tremendo, perché significava dover rispondere dei suoi errori e inoltre togliere prezioso spazio libero ai genitori, già così impegnati nel lavoro.

Era brava a scuola, in modo da non dare pensieri e i capricci non erano contemplati, così come gli atteggiamenti infantili, tra cui debolezze, fantasie, coccole e bisogno di gioco, giocattoli, favole e divertimenti.

C’era spazio per giocare solo in dati momenti stabiliti e avere delle pretese non era concepito. Ogni cosa andava conquistata e guadagnata.”, sono le parole di D., mentre guarda in basso e ricorda la sua infanzia.

Osservo le sue mani e noto quanto sono dure, nodose, da ostinata lavoratrice… mentre le unghie portano uno smalto rosa ben curato, segno di un desiderio di femminilità e delicatezza ancora vivo.

D. è cresciuta mettendo in ombra la sua parte vulnerabile, femminile, bisognosa, fallibile. A D. non è stato insegnato l’errore, non è giunto l’amorevole gesto del perdono, non è stato dato lo spazio per fare delle prove e conoscere i suoi limiti. Per D. c’erano solo obiettivi da raggiungere.

D. lamenta il fatto di “farsi sempre un mazzo quadrato e non ottenere mai i risultati sperati”.

Lavora, accontenta marito e figli, è sempre gentile con i clienti e ce la mette tutta per fare bene il suo lavoro. Eppure i conti non tornano, non guadagna abbastanza e “ogni tre per due c’è un guaio che mi chiede di sborsare cifre assurde… il più delle volte devo usare i risparmi delle vacanze per riparare qualche danno… così addio vacanze…”

D. si mette a dieta, segue i consigli della nutrizionista, mangia con calma, pesa il cibo, eppure ha la pancia gonfia, il suo intestino è infiammato e si sente debole.

Tutto quello che fa, insomma, si rivela inutile, e tutti i suoi sforzi finiscono in niente. Forse è proprio questo il messaggio del suo io profondo: prendere confidenza con il niente.

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D. è cresciuta con l’idea dell’obiettivo, della prestazione, del guadagno. Non è stata abituata a prendere con leggerezza la perdita, l’errore, la debolezza. Non si è mai concessa di essere niente, di fare niente, di ottenere niente, di dare niente, di dire niente. La sua vita è sempre stata piena di qualcosa e il nulla era uno spettro da cui stare lontani. Il vuoto, ovvero la sua parte femminile, è stata messa in ombra e si è quindi manifestata in modo distruttivo, per essere vista.

L’ombra resta dietro di noi, non scompare, e continua a vivere “di traverso”, creandoci dei problemi, in modo che possiamo vederla, riconoscerla e integrarla.

La storia di D. è simile a quella di molti altri cresciuti in una società del dopo guerra, della ripresa economica, della produzione e degli imperativi di obiettivo, guadagno, carriera, prestazione. Alcune persone esauste di questo sistema, hanno rinnegato i suoi valori, rifugiandosi nel pacifismo, nell’ascetismo e in altre forme di estremo femminile. Anche in questo caso, c’è una negazione di una parte di sé, che si manifesta in altro modo.

Un grande esempio è dato dal famoso Gandhi, conosciuto per la sua campagna pacifista (o non-violenta, ovvero che nega la violenza). Gandhi era così “pacifico” da martoriare il suo corpo con digiuni e scioperi della fame, imporre ferrea disciplina ai suoi discepoli ed attirarsi una mortale pallottola. Questo dimostra come possiamo dire e fare tante cose, ma è ciò che viviamo a dimostrare quello che abbiamo davvero dentro.

Ci sono altri esempi di persone considerate grandi maestri e poi morte di avvelenamento, infarto, tumore… tutte sintomatologie che parlano di energia vitale repressa e ombra proiettata.

Tornando all’esempio di D. che ci è utile per comprendere lo stato d’animo di afflizione che spesso si prova dopo un fallimento, possiamo vedere come la guarigione stia nel dare spazio alla propria parte sensibile, femminile, vulnerabile, bisognosa, cedendo a se stesse e alla vita, facendosi portare, pur mantenendo il timone, riconoscendo i propri limiti e avendo chiari i propri reali obiettivi, ovvero quelli che permettono di esaudire i desideri dell’anima.

Quello che fa stare bene è l’armonia delle parti, in questo caso di maschile e femminile, ascolto e azione, lavoro e riposo, che collaborano per il miglior beneficio.

Femminile e Maschile

Quindi, non è necessario mollare tutto, rinunciare alle cose, polverizzare il portafogli o abbandonare una vita comoda ed appagante. Ciò di cui abbiamo bisogno è riconoscere noi stessi, le nostre fragilità, i nostri limiti ed arrenderci al fatto di avere bisogno degli altri, di essere diversi da come ci voleva il contesto in cui siamo cresciuti, ed avere desideri anche fantasiosi oppure semplici, di quotidiana vita.

Ci sono donne che amano davvero la casa, ma fuggono da essa perché ricorda loro lo stereotipo della casalinga frustrata, così si obbligano ad essere prestanti, sempre in viaggio e all’opera. Allo stesso modo, ci sono uomini che amano fare molte esperienze ma non se le concedono perché sono stati feriti da padri sempre presi a fare qualcos’altro che non fosse stare con la propria famiglia.

Ognuno di noi ha bisogno di liberarsi dal vissuto, dalle ferite e dalle paure, e ritrovare se stesso, pulito dagli spettri e dai paragoni.

Fallire, dal latino phal = cadere, ci è di aiuto per prendere contatto con l’errore, la notte, la caducità, la morte, la resa… la possibilità di restare a terra, di entrare nel buio e ascoltare che cosa ha da dirci.

Perché la verità sussurra da un angolo remoto del nostro io profondo.

Grazie.

 

Rossella Schianchi

26.7.2017

Fiore fucsia

Ricchezza ed autonomia

Un viaggio verso la creazione di se stessi nel mondo.

 

Lucius racconta la sua esperienza di risollevamento da uno stato di miseria materiale, che era in fondo una miseria dell’anima…

 

Ho indagato molto nel mio animo e nella mia vita per comprendere quale fosse la radice della mia difficoltà con la materia, con i soldi, con le cose… ho osservato il mio cielo astrologico, ho scrutato i simboli che si presentavano nella mia vita, ho interrogato i Tarocchi, ho letto libri e racconti di chi ci era passato prima di me… tutto mi ha dato valide risposte, che sono state pezzi di un puzzle che con il tempo è diventato sempre più chiaro e risolutivo, ma non ancora completo… Poi una mattina, nel caldo di una stagione che iniziava a risvegliare gli animi, ho avuto un pensiero molto semplice… ma così vero nel suo essere viscerale…

Così ho scritto ad una persona a me cara con cui condivido spesso le mie riflessioni… e le dicevo…

“Rispetto al concedersi la ricchezza e la materia… Abbiamo un’esperienza d’infanzia in cui “a noi no”, senza un reale motivo, se non quello del “non si può”, per una semplice mancanza di fondi. Eravamo inermi di fronte a questa affermazione, non era una questione di meriti, non dipendeva da quanto eravamo bravi o giudiziosi. A noi no e buona lì. A confronto di altri compagni di scuola a cui invece sì, solo perché potevano. Senza appunto un reale motivo. Una specie di giudizio universale in cui c’erano i buoni e i cattivi, i ricchi e i poveri, i belli e i brutti. Un giudizio superiore divino contro cui non potevi fare niente. Poi è chiaro che sotto c’era altro, che stiamo scoprendo ora, ma per il nostro io bambino c’è solo “a me no”, con al massimo un’aggiunta del “i ricchi sono quelli cattivi”, tanto per salvarsi e darsi un qualche palliativo alla sofferenza.

Ora, quello che possiamo fare è riconoscere che non siamo vittime di un dio spietato, bensì siamo noi il dio e il creatore, siamo noi a scegliere la nostra vita… e possiamo iniziare a respirare un’aria nuova di un “sì” che include la ricchezza e la materia disponibile per noi, sentirci parte di quel flusso che circola… e sono certo che anche la nostra circolazione, appunto, sanguigna e linfatica ne beneficerà.

Allo stesso tempo è utile onorare sì la materia, ma vederla come uno strumento, toglierla da quel trono immenso di importanza, su cui trasferiamo il nostro potere e la nostra sicurezza, e riconoscerla come una cosa semplice che ci passa tra le mani e ci aiuta nell’evoluzione, nel percorso qui sulla terra. Alleggerire la materia, renderla fluida e in movimento… che il peso è solo un’apparenza. Come dimostra il mio gatto che sembra pesante perché è grosso, ma quando vuole balza sui ripiani alti con un sol colpo, oppure diventa un macigno se non vuole essere spostato da dove è. Anche il peso è una questione di approccio…

Poi, ricchezza ed autonomia vanno di pari passo all’età adulta, perciò significano distacco dai genitori. Se c’è un rapporto molto stretto con loro, una fedeltà ai loro modi e insegnamenti, promesse, aspettative o bisogno di recuperare il nutrimento mancato durante un’infanzia difficile, il distacco è faticoso. Ma possibile. E non è necessario separarsi da loro o rinnegarli, anzi. È molto utile sentire la loro forza dentro di noi e proseguire verso la realizzazione di qualcosa di molto bello che li includa, sapendo che non ci è necessaria la loro approvazione, loro possono non capire o non condividere le nostre scelte. Sono in fondo individui diversi da noi e liberi di operare come meglio credono. Quello che ci serve è sentire la loro forza nel nostro sangue, riconoscere che siamo vivi anche grazie a loro, e muoverci per far evolvere quello che loro hanno cominciato creando noi.

 

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Dopo aver terminato la lettera, ho guardato l’orologio. Segnava le 08.08. Ho sorriso… in questo periodo sto vedendo spesso il numero 8… che mi è familiare. Il sole nel mio cielo astrologico si trova in casa 8, arricchita da altri importanti pianeti. Sono nato il 26, che i cabalisti considerano il numero di dio, 2+6=8. La somma del mio giorno e mese di nascita produce 8. Il mio anno di nascita finisce con 8. E altre cose… Il numero 8 è composto da due cerchi di egual misura, sopra e sotto. Rappresenta appunto il “sopra come sotto” e ricorda l’importanza di vivere lo spirito allo stesso modo della materia e viceversa. A mio avviso è un numero di ricchezza, proprio perché considera la materia alla stregua dello spirito, ricorda che l’una senza l’altro è puro peso e avidità, consuma l’anima. Allo stesso modo, lo spirito senza materia porta al deperimento fisico. L’8 ci ricorda che i piani sono distinti ma uguali. Il prima e il dopo, il passato e il futuro, il sopra e il sotto, il dentro e il fuori… sono tutte proiezioni della stessa verità, opposti che danzano e confluiscono l’uno nell’altro, in un eterno movimento di creazione.

Grazie a tutto questo, stamattina mi sento meglio, più leggero e in una grande gioia del poter realizzare quello che sono, mi sento felice, sento che la forza creativa sta circolando dentro di me… 

Grazie!

 

E adesso Lucius continua la sua vita come se avesse una bacchetta magica tra le mani… come se fosse lui stesso la bacchetta magica… che genera flussi di creazione luminosi che partono dal cuore…

 

Folletto_MiMe

 

Ps: Lucius è un personaggio inventato, una scusa per permetterti di immedesimarti in una figura vivente e riconoscere che la sua storia è la storia di tutti… e che anche tu puoi risollevarti.

 

Buon viaggio!!

Rossella

Chiamateci

Chiamateci fannulloni

noi che abbiamo deciso di non romperci la schiena

per uno stipendio misero e una pensione che non c’è

 

Chiamateci sognatori

noi che immaginiamo un mondo in cui si collabora

e si dà valore ad una stretta di mano che sia uguale per tutti

 

Chiamateci dipendenti

noi che siamo sempre attaccati al cellulare

per cercare contatti, confronti e raccontare le nostre opinioni

inascoltate da chi era troppo preso a lavorare

per costruire un mondo che adesso dobbiamo mettere a posto

 

Chiamateci illusi

noi che torniamo alla terra e coltiviamo, raccogliamo,

differenziamo, curiamo, amiamo, accogliamo

 

Chiamateci bambini

noi che scegliamo di non avere figli perché non c’è cibo

e desideriamo esseri da amare anziché braccia per le nostre fabbriche

 

Chiamateci scansafatiche

noi che ci accontentiamo di un panino malfatto e di un letto storto

pur di portare avanti le cose in cui crediamo

 

Chiamateci perditempo

noi che non diciamo sì alla prima proposta

ed esigiamo il rispetto delle nostre doti più vere

 

Chiamateci stolti

noi che abbiamo fiducia nelle persone anziché nel loro passato

 

Chiamateci come vi pare

noi che stiamo aprendo una nuova porta

 

Noi che avremmo bisogno più del vostro sostegno

che della vostra critica

 

 

Mercoledì 15 marzo 2017

ore 9.26

Rossella Schianchi

 

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Dopo Dio, l’Essenza

C’è stato un passaggio dal culto della Dea Madre al culto del Dio Padre. Da un estremo all’altro. Si racconta che gli uomini, stanchi del dominio delle donne durante il periodo matriarcale, si siano ribellati, fondando religioni e culti che adorassero un Dio maschile.

Quando erano al comando, le donne consideravano gli uomini buoni solo per i lavori pesanti e per la riproduzione. Quando ci sono gli uomini al comando, essi considerano le donne buone solo per i lavori di casa e per la riproduzione. E per altri giochi divertenti… così come è presumibile facessero le donne quando lo scettro era nelle loro mani.

In poche parole, non è cambiato nulla.

A livello evolutivo, siamo passati dalle braccia della madre alla ricerca del padre. Guardandola dall’alto, in una visione temporale estesa, possiamo vedere come si stia riproducendo il modello del bambino che prima è in fusione con la madre, poi cerca il padre. Ne abbiamo già parlato (cfr articolo “Andare verso il padre”). Questa società fondata su valori maschili è deludente, così le persone stanno tornando verso la madre, verso la terra, cercano conforto nella rinuncia, nella meditazione, nel cibo naturale, nel silenzio. Così come il bambino, deluso dal padre, torna dalla madre.

Questo comportamento di ritorno alla terra, escludendo i valori maschili, rappresenta uno stato infantile, in cui – dopo la delusione – si ritorna nelle braccia della madre sperando di trovare conforto, negando le qualità maschili che hanno portato sofferenza.

In questo modo, si nega una parte di sé.

Non esiste l’esterno in quanto separato dall’individuo. Esiste l’esterno in quanto campo di applicazione delle qualità interiori e specchio di esse.

La tendenza a estremizzare il contatto con la natura, negando le qualità maschili di concentrazione, focalizzazione degli obiettivi, definizione del territorio, contatto con l’esterno, porta l’individuo a oscurare una parte di sé, vivendo a metà. In questo modo, l’individuo sviluppa sintomi e malanni che rappresentano le sue energie compresse.

Uno stato ottimale dell’individuo si raggiunge quando esso integra in sé tutte le sue parti, quando riconosce il padre e la madre come parti di sé, non come individui esterni, e le fa proprie. Il rimbalzo da uno all’altra è naturale, fa parte del processo di crescita ed evoluzione, il bambino ha necessità di compiere questo percorso. Il punto in cui la nostra società si trova incagliata è nell’accanimento alla ricerca di una approvazione da parte dei genitori, considerando la loro opinione indispensabile per proseguire. Il punto in cui le persone sono incagliate è lo stato infantile in cui vivono, senza saperlo.

La persona vive in stato infantile quando non è in contatto con se stessa e cerca l’approvazione altrui prima di compiere un passo, oppure sente di essere salva quando viene approvata dall’esterno. In altre parole, è dipendente.

E’ un aggancio sottile, non sempre identificabile al primo sguardo, specie nei casi in cui la persona mostra molta forza, intraprendenza e attività. Sono proprio quelli che “non devono chiedere niente a nessuno” ad aver escluso una parte di sé dalla loro vita, visto che il contatto con gli altri, la collaborazione e lo scambio sono indispensabili per una vita completa. Perciò, è utile prendersi il tempo e lo spazio per osservare i propri comportamenti chiedendosi con onestà se in qualche modo essi dipendono dall’approvazione ed opinione altrui oppure nascono in modo spontaneo dal proprio essere.

Tengo a ricordare che per genitore non si intende solo quello biologico o che ci ha allevato. Il genitore è un ruolo, non una persona, perciò può essere il capoufficio, la collega, il vicino di casa, l’amica. Chiunque l’individuo ritenga qualcuno da cui dipendere.

 

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Quando l’individuo riconosce in sé le parti della madre e del padre, quando l’individuo diventa padre di se stesso e madre di se stesso, ecco che può tendere all’Uno, al riconoscimento della propria Essenza.

La madre e il padre sono parti di sé, che collaborano, interagiscono, in quanto componenti di un Tutto più esteso e indefinibile. Nel momento in cui si parla di Dio o di Dea, non si sta parlando dell’Uno, si sta parlando di una parte di sé, che esiste ed è indispensabile, ma non è la Totalità. Può essere utile meditare su queste parti, permettere che emergano, svilupparle e dare loro la forma che rappresenti l’Essenza. L’esclusione di una delle parti allontana l’individuo dal Tutto.

Così, possiamo renderci conto di come la fase evolutiva attuale rappresenti il momento in cui il bambino resta deluso dal padre. Alcuni stanno ancora cercando la sua approvazione e sono coloro che si affannano per raggiungere, per fare, per dimostrare, per scalare le vette del successo. Quelli che l’hanno già fatto, si stanno ritirando tra le braccia della madre, rinunciano ai benefici dell’energia maschile e si rannicchiano nel nido, coltivando il proprio orto lontano dal caos ed evitando di esporsi.

In entrambi i casi non c’è un errore o qualcosa di sbagliato. Non è l’azione in sé a essere buona o cattiva. Ciò su cui porre l’attenzione è l’origine del comportamento, se esso deriva da una ferita, da una identificazione con il bambino, oppure dal profondo sé.

Riconoscendo questo, possiamo comportarci da adulti e integrare la madre e il padre – come tutte le altre parti – dentro di noi, anziché continuare a cercare la loro approvazione, permettendo a queste parti di maturare e orientarci verso l’ascolto dell’Essenza.

L’essere umano ha adorato la Dea (madre), poi ha adorato il Dio (padre). Ora, ha la possibilità di volgere lo sguardo dentro se stesso e riconoscere la Dea e il Dio dentro di sé, integrandoli, mettendoli in comunicazione e dando loro una forma che corrisponda alla propria Essenza, riconoscendo così di essere Uno, appartenente al Tutto.

 

Rossella

19.11.2016

Quando arriva il gatto

C’è un gatto. E c’è un ragazzo. C’è l’amore e c’è il bisogno. C’è la paura, c’è la società che non ti aiuta, ci sono le persone che si mettono a rischio per darti una possibilità. C’è la famiglia con cui non riesci a comunicare. C’è la droga. C’è la solitudine. C’è la disperazione. Ci sono le lacrime, i mal di pancia, ci sono le fusa e le coccole. C’è il cibo che scarseggia, c’è la voglia di rimettersi in piedi. Ci sono i soldi contati e le sterline che volano in spreco. C’è il guardare dall’alto al basso. C’è il volto di chi è onesto. C’è l’amore, ancora. L’amore.

Ci sono i fiati sospesi, c’è il riconoscersi. C’è la semplicità del quotidiano e l’inarrivabile eppure possibile occasione per essere diversi.

C’è un gatto. E c’è un ragazzo. E c’è un mondo intorno che è come una giostra gustosa e spietata. E intanto, c’è ancora il gatto. E c’è ancora il ragazzo. Perché loro intendono esserci e fanno di tutto per restare.

In una città che è fredda, che butta via il cibo piuttosto che donartelo, fatta di persone che ti regalano l’avanzo e di persone che non capiscono. E di persone che prendono tutto di te per farne il meglio, perché vedono quello che altri ignorano. In una città che può essere tutto e niente, dipende da quale strada decidi di percorrere. Perché sta sempre e solo a te scegliere.

In una città c’è un gatto. E c’è un ragazzo. Che vanno in giro assieme.

E vi consiglio di andare a vederli.

Sì.

Andate a vederli.

 

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Rossella

14.11.2016

Come guarire una ferita?

La domanda è sorta grazie all’articolo “Andare verso il padre”, in cui vengono esplorati i meccanismi di reazione alla delusione – e alla conseguente ferita – che il bambino sperimenta nel momento in cui non trova nel padre la guida che sta cercando e di cui ha bisogno per affrontare il mondo.

La ferita rispetto al padre è una ferita come molte altre. Per ogni ferita, per ogni settore della vita, ci sono sfumature diverse, ma una cosa le accomuna tutte: l’origine traumatica. Ed è questa che prenderò in considerazione, restando sull’onda dell’argomentazione padre e dando strumenti che possono essere utilizzati per qualunque ferita.

Una ferita si guarisce anzitutto smettendo di volerla guarire. L’attenzione alla guarigione implica una affermazione di malattia. Può sembrare assurdo, ma è proprio in questo modo che funziona il magnetismo. Quando vuoi una cosa, stai ammettendo che quella cosa non ce l’hai, ed è proprio la mancanza che crei in quel momento. Non puoi raggiungere nessun obiettivo. L’unica cosa che puoi realmente fare è essere consapevole, alimentare il sentimento puro in te e permettere che questo ti guidi.

Sappiamo che la consapevolezza è come una luce, una fiamma che illumina. Così, il primo passo verso la guarigione è la consapevolezza della malattia. Essere consapevoli di avere una ferita è il primo passo per poterla guarire. Sapere di avere una ferita non è sufficiente. Conoscenza e consapevolezza sono concetti diversi, seppur vengano considerati sinonimi. Il sapere è un bagaglio, un’informazione impressa nella memoria, la consapevolezza è il risveglio nel momento presente.

Così, posso essere consapevole della mia ferita nel momento in cui la sento. Solo in quel momento posso esserne consapevole. Negli altri momenti, quando essa è sopita, quando non viene stimolata, io so di averla, ma non ne sono consapevole. E’ una differenza sottile ma essenziale.

Allora, quando una donna si relaziona con il compagno ed egli si comporta in un modo che la fa arrabbiare o che le provoca dolore, la donna può essere consapevole della sua ferita. Solo in quel momento può esserne consapevole. Ad esempio, può riconoscere che il compagno si sta comportando come fece suo padre quando era piccola e quel comportamento le provoca dolore, perché sta risvegliando una ferita generata da una situazione traumatica del passato. In quel momento, la donna può reagire al dolore insultando il compagno, dicendogli che non ci si comporta così, eccetera. Oppure può restare in silenzio ed ascoltare la sua ferita. Ecco che in quel momento le sta dando spazio. In quel momento avviene la guarigione. E la guarigione avviene ogni volta che si è consapevoli.

Ogni volta che permetto a me stessa di ascoltare, ogni volta che il mio dolore trova un ascolto, ecco che la guarigione è in atto, ecco che la ferita diminuisce.

La presenza è lo strumento più grande a nostra disposizione. La presenza è amore, è tutto l’amore che esiste concentrato in quel momento, in quel punto. Ed è la guarigione. La presenza permette all’emozione congelata di sciogliersi e di favorire l’espressione della nostra forza vitale.

 

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Liberazione dell’energia emozionale

 

La creazione avviene attraverso quattro fasi, rappresentante dai quattro elementi.

Fuoco – sentimento

Acqua – emozione

Aria – pensiero

Terra – materia

Il sentimento – fuoco – è il motore, ciò che fa partire tutto. L’emozione – acqua – è ciò che ne consegue e che dà la spinta al pensiero – aria – affinché quel moto abbia un modo per manifestarsi e quindi diventare materia – terra.

Il sentimento è il moto che porta, per esempio, un bambino a correre verso il padre con tutto il suo entusiasmo. Il bambino è mosso dall’amore, dalla fonte, dal fuoco. Non c’è obiettivo, c’è solo sentimento. Succede che il padre non sa accogliere quel moto e rifiuta il bambino. In quel momento, nel bambino, si crea un’emozione – acqua – che condiziona poi il pensiero – aria – che lo porterà a creare situazioni – terra – in linea con tutto il processo, in linea con l’emozione che si è creata. Se il bambino ha provato vergogna, il suo pensiero sarà condizionato dalla vergogna e così tutto quello che lui crea. Questo processo continua a rigenerarsi in automatico finché l’individuo non ne diviene consapevole.

Così, una donna si trova di fronte ad un uomo che non le dà il sostegno che lei chiede. In quel momento, nella donna si risveglia la ferita nata quando il padre non le è stato di sostegno. La reazione automatica può essere di chiudersi, arrabbiarsi, sentirsi frustrata, e così via… Questa reazione aumenta la ferita, perché si basa sulla ferita e quindi la nutre. Se invece la donna si pone in ascolto, entra nel suo dolore, lo sente, lo riconosce, gli permette di esistere, ecco che ha dato vita alla guarigione.

E in quel momento, quando la persona è consapevole, si riconosce, ritorna in se stessa e sa come muoversi, sa cosa fare, sa quali sono le sue reali esigenze e si mette in moto per soddisfarle. Esce dall’attaccamento, slega la dipendenza e diventa autonoma. Quando sei in ascolto, quando senti te stesso, sai quali sono i tuoi bisogni e ti muovi per soddisfarli.

Come ho detto altre volte, quando ci si ostina a volere qualcosa da una data persona, si sta proiettando sulla persona un genitore e ci si mantiene in una condizione infantile. Perché solo il bambino dipende dal genitore ed è chiaro che si disperi quando il genitore non gli fornisce ciò di cui ha bisogno. L’adulto è autonomo. L’adulto interagisce con il mondo esterno, è sempre in relazione con gli altri e con le cose, ma non ne è attaccato. Se una persona non può fornirgli ciò di cui ha bisogno, l’adulto andrà da un’altra. Non c’è attaccamento. C’è libertà.

Riconoscere il tipo di rapporto (dipendente o autonomo) che abbiamo con una data cosa o persona, ci permette di sapere se siamo in una condizione infantile o adulta.

Entrare in contatto con le proprie ferite è doloroso e allo stesso tempo liberatorio. Conosciamo tutti la differenza tra un dolore traumatico e un dolore liberatorio. Il dolore traumatico è causato da una botta, per esempio, da un taglio, da un’invasione. E’ un dolore che si crea in quel momento. Il dolore liberatorio è il dolore trattenuto che si scioglie. Questo avviene quando viene stimolata una parte che contiene dell’energia trattenuta – che causa dolore – al fine di liberare quell’energia.

Un pianto, una confidenza, l’esprimere un dolore trattenuto, sono tutti modi per liberare quell’energia. Affermare “Mi sono sentita delusa da mio padre”, “Mi sono sentito solo quando mio padre non è venuto alla mia prima partita di calcio”, “Ho provato un senso di vuoto quando mio padre non è tornato”, “Mi sono sentito perso quando mio padre mi ha sgridato”,… e così via, permette a quel dolore di liberarsi. Se ci pensate, è raro sentir dire queste frasi. Sono tutte emozioni che sono rimaste dentro, tutte confidenze che hanno bisogno di essere liberate.

Abbiamo detto che un’emozione genera un pensiero. E spesso è quel pensiero che prende il sopravvento. E’ più facile sentir dire “Gli uomini sono tutti egoisti”, piuttosto che “Mi sono sentita sola e abbandonata quando mio padre ha preferito andare a lavorare anziché che stare con me”. La prima frase è il pensiero – aria – che si è creato di conseguenza all’emozione – acqua. La seconda frase è frutto di una consapevolezza.

Mi auguro che tutto questo inizi a diventare più chiaro. Liberare un’emozione è il modo per scioglierla, per alleggerire la ferita, per togliere il motivo per cui la ferita esiste. In quel modo, la ferita può guarire. La ferita guarisce quando viene portata luce all’origine, quando viene portata alla luce l’ombra. L’ombra è la parte di noi che nascondiamo, perché riteniamo dannosa.

 

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L’oscuro, il nascosto, ritenuto dannoso, che è in realtà energia vitale creativa

 

Nel caso descritto prima, può succede per esempio che il bambino crei il pensiero: “Essere entusiasti e correre tra le braccia di un uomo porta solo dolore”. Questo pensiero – aria – è stato generato di conseguenza all’emozione – acqua – e crea situazioni – terra – della stessa frequenza. Così, è probabile che il bambino o la bambina in questione creino situazioni in cui ci sono uomini che li rifiutano. Sono loro stessi ad attrarli a sé, perché hanno quella convinzione. E, a livello più sottile, la ferita sta facendo in modo che loro si rendano conto di averla.

La sofferenza è un ponte, è un segno, è un messaggio dell’io profondo, che porta l’attenzione su un meccanismo distruttivo che si muove in automatico e che può essere smontato con la consapevolezza.

 

La presenza è la chiave. L’ascolto. L’osservazione. Essere presenti a se stessi anziché muoversi in automatico. Riconoscere il proprio dolore e le proprie ferite anziché incolpare gli altri. Portare l’attenzione a sé è il primo passo verso la guarigione.

 

 

Una donna mi scrive:

…d’accordo che noi donne abbiamo delle ferite, ma il maschile è innegabile che è terribile oggi… possiamo curare le nostre ferite, ma per noi. Un uomo che ama una donna, si trova solo nelle più remote poesie.”

In questo commento, possiamo notare una associazione diretta tra maschile e uomo. Come spesso il femminile è associato alla donna.

E’ importante ricordare che il femminile e il maschile sono energie contenute in ogni individuo. Ogni donna e ogni uomo hanno in sé l’energia femminile e l’energia maschile. Quando si identifica l’energia maschile con l’uomo, la si costringe. A maggior ragione, quando si definisce terribile l’energia maschile associandola a uomini che la utilizzano in modo distruttivo, si sta facendo lo stesso con se stessi. Ovvero si considera terribile la propria energia maschile. E visto che la si considera terribile, non la si vuole esercitare e la si tiene nell’ombra. Succede quindi che sia repressa oppure eccessivamente espressa. Ecco perché una donna che considera il maschile e gli uomini terribili attrae a sé e vede quasi solo uomini con una energia maschile terribile. Vede quello che ha dentro di sé. Vede quello di cui è convinta. Attrae a sé ciò che deriva dalla sua ferita.

Se è “innegabile” che “il maschile oggi sia terribile”, è allo stesso modo innegabile che esistono uomini e donne con energie maschili libere, ed esistono uomini e donne con energie maschili compresse. Nulla è assoluto e il mondo è pieno di ogni varietà di caratteri. Quello che una persona vede in prevalenza è quello che ha dentro di sé, è quello che la sua ferita porta a galla affinché possa essere vista.

 

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Specchio l’uno dell’altra, l’incontro per iniziare un viaggio insieme

 

Segue poi una domanda:

Perché oggi il maschile è diventato così squallido? Uomini che non sanno stare vicino, uomini che non amano, uomini che uccidono le donne”

Gli uomini hanno avuto genitori, con i quali hanno vissuto esperienze che hanno portato sia gioie che ferite. Nulla è squallido per definizione (come nulla è vergognoso per definizione, cfr. articolo “Vergogna ed espressione”). Definiamo squallido quello che noi riteniamo tale, in base a quello che abbiamo imparato e abbiamo reso uno strumento di difesa.

Un altro punto interessante su cui mi soffermo poco per non uscire troppo dal tema originario, è l’accanimento sugli uomini, sul loro essere violenti. Ricordo che anche le donne sanno essere violente, anche le donne abusano, anche le donne uccidono, anche le donne insultano e distruggono. L’energia maschile è presente in ognuno di noi. E quando ci sono delle ferite aperte, la persona reagisce in modo automatico, scatenando forze distruttive. Identificare l’uomo come la parte cattiva della società che ferisce la donna è un modo per mantenere la donna in uno stato di vittima, alimentando il concetto del sesso debole. In questo modo, diventa difficile aiutare gli individui a diventare integri e succede che le donne, per farsi rispettare, diventino violente a loro volta. Questo alimenta le ferite di tutti, anziché guarirle.

 

Spesso giudichiamo squallido un comportamento e non ci rendiamo conto di essere squallidi anche noi in altro modo, accusiamo qualcuno di essere assente e poi siamo i primi a non volerci prendere responsabilità, puntiamo il dito contro gli sporchi e abbiamo un cestino della spazzatura interiore saturo da anni… Come dice il proverbio: «Perché guardi la pagliuzza che è nellocchio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo?».

Il mondo esterno è una proiezione di noi stessi, e quando notiamo qualcosa – che ci piaccia oppure ci disgusti – possiamo ritrovarla in noi stessi e permetterle di comunicare il suo messaggio.

In conclusione, posso invitare chiunque a farsi aiutare nel processo di liberazione delle emozioni. Se è vero che la presenza e la consapevolezza sono stati che posso essere agiti solo in autonomia, è anche vero che tutti abbiamo bisogno di una guida, di qualcuno che sappia gestire le dinamiche interiori e che sia al di fuori del nostro dramma così da poterlo vedere ed accompagnarci verso l’uscita.

Quando un’emozione – acqua – viene liberata, si ripristina il flusso naturale, così anche i pensieri – aria – e le azioni – terra – tornano ad essere in sintonia con la fonte – fuoco.

Grazie a chi mi sostiene nella mia ricerca e contribuisce ad arricchirla.

 

Buon viaggio,

Rossella

11.11.2016

 

 

Andare verso il padre

La difficoltà a muoversi nel mondo, a confrontarsi con gli altri, ad affermare se stessi e i propri confini, è riconducibile ad un rapporto difficile con la figura paterna. Resta inteso che per figura paterna si intende il padre biologico allo stesso modo di un suo sostituto.

Quando il bambino è nello stato simbiotico con la madre, ha bisogno solo di lei. Quando questa fase è conclusa, il bambino si stacca per andare verso il padre, che è il suo ponte verso il mondo esterno, colui che può insegnargli a catturare le prede, a confrontarsi con gli altri, a definire i propri confini, a raggiungere i suoi obiettivi. Quando un bambino non trova nel padre una guida verso il mondo esterno, vuoi perché il padre è assente, distratto, lo rifiuta, abbandona, abusa di lui o lo prende per un genitore o un amico, il bambino prova una forte delusione che gli provoca dolore. Nasce una ferita.

Il bambino ha comunque bisogno di un riferimento, così ritorna dalla madre, la quale non è più soddisfacente come prima, perché il bambino ha bisogno di altre cose, e vive un’altra delusione. La madre può essere un surrogato, può mettercela tutta per insegnare al bambino ad andare nel mondo, ma non potrà mai sostituire in pieno la figura paterna, per una semplice questione naturale.

Il padre rappresenta il maschile, l’energia maschile che vive in ogni individuo.

Quando l’individuo non ha ricevuto un adeguato esempio, un accompagnamento, una guida verso la gestione della sua energia maschile, questa resterà menomata, acerba, debole, e l’individuo farà molta fatica a relazionarsi con il mondo in modo soddisfacente.

Inoltre, la delusione provata dal bambino è una ferita che provoca dolore, così il bambino registra che avere a che fare con il maschile è qualcosa che fa male, che porta dolore, che ferisce, e così tenderà ad evitarlo nel corso della sua vita.

Evitare il maschile significa evitare tutti quegli aspetti che hanno a che fare con esso, come appunto l’affermarsi nel mondo, portare avanti progetti, mostrarsi, usare il denaro, essere aggressivi ed offensivi, proteggere il proprio territorio, sostenere le proprie idee. Il maschile ha preso il sopravvento nella nostra società ed ha portato ad una assuefazione – cemento, arrivismo, supremazia, violenza -, andando all’eccesso e diventando distruttivo anziché creativo, perciò è comprensibile come una persona che ha una ferita con il maschile tenda a volersene allontanare. Così nascono le correnti alternative, ecologiche, alla ricerca di uno stato più naturale di vita. Niente di male in questo.

La crepa sta nel fatto che spesso queste correnti nascono da una ferita e sono perciò reazioni, non sono prese di coscienza consapevoli dettate dalla profonda essenza del singolo individuo. Sono correnti che permettono a chi si è sentito ferito di trovare un nido sicuro in cui non dover affrontare quei temi così dolorosi. Scelte personali, tutto è possibile. Quello che nuoce è il fatto che, pur essendo all’apparenza buone cose, quando le azioni arrivano da una ferita, portano la sua matrice, e perciò dolore. Non è l’apparenza che conta, bensì il contenuto.

Gli individui si trovano così a mangiare crudo, vegetale, con le bacchette, arrivando ad attendere che il frutto cada dalla pianta per poterlo mangiare. Fanno di tutto per non essere aggressive, per non ferire. A quel punto, mi chiedo, come pensano di integrare il cibo nel loro corpo? Attendono che il frutto si decomponga spontaneamente distribuendo le sue proprietà nel sangue, oppure lo masticano e lo digeriscono, usando denti e succhi gastrici? Il nostro corpo è aggressivo per natura, i denti servono a rompere, strappare, mordere, i succhi gastrici distruggono. L’energia maschile è dentro di noi.

Sintomi del corpo come difficoltà digestive, problemi ai denti e alle gengive, infiammazioni, allergie, mostrano come l’individuo stia reprimendo l’energia maschile. Il nostro corpo è fatto per distruggere, afferrare, aggredire, imporsi. Sono doti che ha fornito la natura. Allo stesso modo, il nostro corpo è fatto per ricevere, sentire, aprirsi. Un sano equilibrio tra energia maschile ed energia femminile è lo stato auspicabile.

Quando i denti si ammalano è perché non vengono usati, quando le gengive si ritraggono significa che la rabbia è trattenuta, quando la digestione è difficoltosa, quando i succhi gastrici risalgono l’esofago, il corpo sta comunicando una sofferenza nell’aspetto maschile, una necessità di esprimerlo nella vita. Anche le allergie sono campi di battaglia che vengono allestiti all’interno del corpo anziché nella vita. Il corpo comunica e ci ricorda chi siamo.

Un rapporto conflittuale con il denaro, l’odio nei suoi confronti, la difficoltà a guadagnarlo o reperirlo, è sintomo di una difficoltà a relazionarsi con la parte maschile della vita, una paura ad andare nel mondo. Il denaro è stato creato per favorire gli scambi, per rendere più agevole il contatto con l’esterno, con il “fuori da casa”. Quando una persona sta in casa (la casa simbolicamente rappresenta la madre) non ha bisogno di denaro. Infatti, la mancanza di denaro spesso porta le persone a restare a casa, a non uscire. La frase tipica è “Non ho soldi, non posso andare da nessuna parte”, ed è chiaro che è solo una scusa. Quelle persone si privano del denaro per evitare il contatto con il mondo esterno. Sappiamo tutti che possiamo uscire di casa anche senza denaro: possiamo andare al parco, in biblioteca, possiamo andare a trovare un’amica o fare un giro per la città, possiamo passeggiare per i campi e fare molte cose utilizzando il baratto.

La mancanza di denaro non è un reale impedimento a fare le cose, ma la sua mancanza può diventare una scusa per non farle. Così diventa chiaro come l’individuo boicotta l’arrivo del denaro e non sviluppa la sua capacità di reperirlo in modo da avere una scusa per non andare nel mondo e restare nelle braccia sicure delle sue abitudini (madre). Sarebbe più consapevole riconoscere questa difficoltà ed ammetterlo a se stessi, senza usare scuse, confrontandosi con la propria ferita.

Ma il confronto, l’abbiamo detto, è parte dell’energia maschile. Chi ha difficoltà, rancore o ferite con il maschile tende a non confrontarsi con nulla, nemmeno con se stesso, non esprime la propria opinione, dice che va sempre tutto bene oppure si lamenta del sistema, di come va il mondo, ma non fa nulla per cambiare. La lamentela è specchio di una ferita, di un bambino che mostra il suo disagio ma non ha le capacità per fare qualcosa, visto che subisce la situazione.

 

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L’Imperatore – Archetipo del Padre

 

Andare verso il padre significa ritrovare quell’energia maschile, offensiva, aggressiva, territoriale che è propria di ogni individuo e che è necessaria per una vita sana ed appagante. E’ possibile guarire ogni ferita e così anche quella con il padre. Si può non avere un buon rapporto con il proprio padre, ma si può guarire quel trauma originario, in modo da liberare l’energia trattenuta e riconoscerla come benefica.

Tutti abbiamo bisogno di figure di riferimento, siamo emulatori, anche questo fa parte della natura. Perciò, quando una persona non trova nei propri genitori degli esempi da seguire – ed è normale perché il genitore è un essere umano e non un essere onnipotente ed assoluto -, può cercarli altrove, in altre persone. L’adulto si comporta così. Cerca quello che gli serve in giro per il mondo, senza accanirsi sui genitori. Il bambino invece ha bisogno sempre e solo di un’unica figura e si ostina su quella, che è il genitore.

Andare nel mondo è un moto individuale. Ogni individuo può scegliere se farlo con un camper, con l’auto super lusso, a piedi, attraversando i campi o sfrecciando per le autostrade, costruendo tavole di legno oppure scarpe. Non è la forma che conta, bensì la sua energia motrice. Quando un movimento nasce dal cuore, dall’essenza, questo porta con sé la stessa qualità di amore che l’ha originato. Per quello vediamo persone felici che sono molto diverse tra di loro. Non è quello che fanno che le rende felici, è la felicità stessa che ha generato quello che fanno. E quello che fanno è intriso di felicità. Si nutrono e nutrono in un ciclo continuo.

Allo stesso modo, si può scegliere di utilizzare i soldi oppure il baratto, di mangiare carne oppure verdura, di vestire sintetico oppure naturale, di amare un uomo oppure una donna. Sono scelte individuali che non possono essere catalogate come buone o cattive a prescindere, sono tutte espressioni di qualcosa che nasce all’interno dell’individuo. Tutto è simbolo e tutto è disponibile per essere compreso.

Quando si è in contatto con se stessi, è possibile riconoscere nodi e talenti, e favorire quell’alchimia della creazione che è la collaborazione tra femminile e maschile.

 

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L’Arte – o Temperanza – Archetipo del mescolare

 

Rossella

10.11.2016

Donna bambina

Donna, vuoi che il tuo uomo cambi.

Dici che se lui cambiasse, voi sareste più felici.

Tu, saresti più felice.

Forse, non hai considerato che lui ha scelto te partendo da quello che lui è adesso.

Lui ha scelto te per quelle che sono le sue esigenze e le sue caratteristiche ora.

Sei certa che, se lui cambiasse, se fosse diverso, ti sceglierebbe ancora?

E tu, se lui fosse diverso, lo vorresti ancora?

 

Il cambiamento avviene secondo le leggi della natura, della vita, dell’anima.

Il cambiamento non avviene secondo le leggi delle aspettative personali.

 

Questo tu lo sai nel tuo profondo ed è il motivo per cui il cambiamento non avviene.

Perché, se desideri tanto il cambiamento, questo non avviene?

 

Perché hai paura dell’ignoto.

In fondo, lo sai che il cambiamento non è nelle tue mani, sai che è autonomo.

Sai che potrebbe generare situazioni diverse da quelle che ti aspetti.

Diverse da quelle che la tua bambina esige.

Diverse da quelle che la tua bambina chiede per sentirsi al sicuro.

 

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Il cambiamento è naturale e l’individuo adulto lo vive con tranquillità.

L’adulto sa che la natura evolve, che l’anima evolve, ed egli segue questo flusso.

L’adulto è consapevole di se stesso e della necessità di cambiare.

 

Il cambiamento è spaventoso per i bambini, che hanno bisogno di certezze.

E quando la bambina prende il sopravvento, fa di tutto perché le cose non cambino.

Perché, buono o cattivo che sia, il genitore è pur sempre il genitore.

E le sicurezze sono pur sempre le sicurezze.

 

Il bambino ha paura dell’ignoto.

L’individuo adulto danza nel cambiamento, nella vita, nel continuo mutare.

E si apre al non sapere.

 

L’individuo adulto è il cambiamento stesso che si mette all’opera.

 

12.10.2016

 

Rossella Schianchi

Rossella Schianchi – Percorsi di Consapevolezza

info.percorsidiconsapevolezza@gmail.com

 

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FEMMINILE E MASCHILE INTERIORE – L’ARMONIA DELLA CREAZIONE

FEMMINILE E MASCHILE INTERIORE
L’ARMONIA DELLA CREAZIONE
 
Femminile è l’ascolto
Maschile è l’azione
L’azione ispirata dà vita alla creazione.
Quando femminile e maschile sono in armonia
si manifesta la speciale ed unica individualità
che ci permette di vivere pienamente e realizzare ciò che siamo.
 
Consideriamo l’aspetto femminile e maschile
all’interno di noi e nel contesto collettivo e simbolico
per riconoscerne l’influenza nella nostra vita
ed aprire lo sguardo su come queste due parti
possono collaborare per generare la magnificenza
che è in ognuno di noi e che si esprime nelle grandi imprese
come nei semplici movimenti di ogni giorno
 
Femminile e Maschile
Femminile e Maschile insieme
permettono il costante nutrimento
e l’espressione naturale della persona
 
Ne parliamo a casa di Debora
Giovedì 28 Luglio dalle ore 20
in una serata interattiva con Rossella Schianchi
 
dove i partecipanti sono invitati a stimolare approfondimenti,
porre domande ed essere parte integrante della ricerca.
 
Ingresso a quota libera consapevole
Vestiti comodi
 
Per informazioni e prenotazioni: 327-2128603 Debora
 
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INVITIAMO A LEGGERE L’ARTICOLO
Madre e Padre – Unire
 
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Visita la Pagina
e il blog
 
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Visita la Pagina
Debora Perini Naturopata – Prendersi cura di Sè naturalmente
 
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Vegano-nonvegano… Te Stesso

Questo è il mio commento ad una discussione sul vegano-nonvegano, a cui sono stata invitata a partecipare.

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Il mio parere non è vegano. Il mio parere è comprensivo di tutta quella che sono.

Dividere per settori e catalogare è un modo per poter additare chi crediamo essere di una sezione sbagliata e così sentirci al sicuro nella nostra categoria, che difendiamo. Quando io so di essere nel giusto e considero qualcuno nello sbagliato, mi sono salvata dai pericoli, sono dal lato dei buoni. E il paradiso è garantito.

Quando riconosco la mia scelta come mia ed unica responsabilità e lascio liberi gli altri di scegliere, sono in una visione globale in cui non esistono il bene o il male. Esiste la libertà di espressione.

La questione alimentare tocca corde sensibili. Si tratta di cibo, anzitutto una fonte di sostentamento, su cui le persone proiettano molto di loro stesse: gli affetti, i ricordi, le ideologie, le paure.
Se manca cibo in tavola, non è solo la fame a farsi sentire. Intervengono la paura di morire, la sensazione di isolamento, la tristezza, il ricordo dei bei tempi andati, …

Così, alla base di una scelta alimentare c’è un significato simbolico che rappresenta una scelta interiore che va oltre l’etica, la morale o la scienza. Le allergie e le intolleranze lo dimostrano in modo chiaro. Si è allergici a quello che il cibo rappresenta, non al componente.

Questo vale per tutte le scelte e per tutti gli atteggiamenti della vita. Ogni scelta ha un significato simbolico ed appoggiarsi alla spiegazione scientifica, etica, morale, è un modo per mettere nella ragione ciò che invece è dell’interiorità.

Quando qualcuno difende strenuamente gli animali degli allevamenti, quando si accanisce contro gli allevatori, sta difendendo una parte di sé, sta proiettando sull’animale una parte di sé che si è sentita trattata male. Sta attivando il gioco di vittima e carnefice.

Accade lo stesso con i bambini. Sui bambini vengono proiettate le proprie emozioni. Così, il genitore cresce il bimbo mettendo se stesso. Quando un genitore tratta il figlio come un laboratorio asettico oppure come un barile in cui scaricare tutto il cibo possibile, sta proiettando delle sue paure, delle sue emozioni.

Il figlio è condizionato dalle scelte dei genitori finché non è adulto e su ciò c’è da mettersi l’anima in pace. Anche quando si trattano i bambini come povere creature indifese, sbandierando ideologie che possono dar loro il meglio, si sta proiettando la propria parte indifesa, il proprio sentirsi vittime, su di loro. Renderli liberi ed autonomi è il grande compito del genitore.

Il mio punto di vista sta nel riconoscere cosa c’è dietro un’affermazione senza attaccarmi all’affermazione stessa.

Hanno ragione i vegani a dire che il corpo umano non è strutturato per digerire la carne e i latticini. Hanno ragione i carnivori a dire che una bistecca non ha mai ucciso nessuno. Appunto, si tratta di ragione. Ma quali sono i motivi che spingono a una certa scelta?

Qui si sta cercando una linea guida che vada bene per tutti. E perché? Perché così siamo tutti buoni e bravi e salvi? Non esiste una linea guida per tutti. E non esistono i buoni o i cattivi. Siamo tutti diversi. Ognuno ha la sua storia, le sue emozioni e le sue necessità.

Vallo a dire a un eschimese che non può mangiare il pesce… vallo a dire a un indigeno australiano che deve mangiare anche un po’ di carne… Ognuno di noi è diverso.

Che l’articolo sia fuorviante l’hanno già detto ed è chiaro. I media tirano acqua al mulino di chi paga. Il punto sta nella scelta individuale consapevole, che nasce dall’aver ascoltato se stessi. Quando la scelta giunge da dentro di me, non ho bisogno di dare spiegazioni. Quando la scelta nasce da una regola a cui mi sto affidando, allora ti spiegherò tutto nei dettagli.

Siamo così abituati a dare ascolto ad altri, a farci dire cosa dobbiamo fare, a dividere il bene dal male, che anche quando cerchiamo sinceramente di farci del bene, cerchiamo una nuova regola a cui affidarci, mentre il grande immenso timoniere saggio e amorevole è dentro di noi. E non siamo abituati ad ascoltarlo.

Tutti cerchiamo di stare bene, è il fine ultimo della vita. Il benessere. E ognuno lo fa a modo proprio. Il nonno di 110 anni morto felice con una vita di sigarette o il vegano morto felice con una vita di carote. Qual è la differenza? Ognuno ha la sua storia e non può esserci una regola per tutti, perché siamo vivi, non siamo macchine.

Ci sono diverse paure: quella della contaminazione, dell’invasione… ce ne sono tante. Ognuno ha le proprie che nascono dall’esperienza. E’ quello il punto. Quando guardi dentro te stesso, quando ti interessa uscire dalle regole imposte e muoverti nella tua naturalezza, riconosci che non esistono il bene e il male, esiste quello che ti piace, quello che scegli, quello che vuoi portare al mondo. Ed è un modo pacifico.

Il contenzioso, come dicevi tu, nasce perché ci si accanisce, perché si vuole avere ragione, perché si ritiene che qualcuno sbagli e si vuole fargli cambiare idea per portarlo dalla propria parte. Perché non è possibile concepire il diverso, per una mente che divide.

Nella vita c’è tutto e la natura lo insegna. Quando ascolti il cuore, sai che esiste tutto e tutto ha libertà di esistere. Definisci i tuoi confini e sai fin dove arrivi tu e fin dove puoi accogliere, sai cosa rifiutare e sai cosa favorire. E’ un moto pacifico. Riconosci la diversità. Riconosci il tutto.

Quando ascolti te stesso, hai trovato la pace. E pace sei. E pace porti.

Grazie.

Rossella

 

Albero e Luce