Uomini che hanno paura di ferire

Costretti in uno stereotipo che li vede come il “sesso forte” o come gli stupratori della società, molti uomini sensibili, delicati, amorevoli e pronti a dedicare la loro anima in una vita felice e piacevole, si scontrano con ideali di competizione, arrivismo e dinamicità che li portano a chiudere il loro cuore in un angolo buio dell’animo e spremere il loro essere per conformarsi ed ottenere riconoscimento dal mondo esterno.

Chiusi nella gabbia della forza, della prestanza, del numero uno, gli uomini si sentono costretti a rispondere a richieste che forzano il loro animo, impediscono alla loro vulnerabilità di emergere e li conducono verso una progressiva distruzione, in nome di risultati da dimostrare.

Per molti uomini, la vita non è così. Per molti uomini, la donna non è un oggetto, l’auto migliore non è quella più grossa, la serata ideale non è andare a caccia.

Per molti uomini, la vita è piacere, condivisione, apprezzamenti, prendersi il tempo per scegliere, dare il meglio di sé, starsene tranquilli con un amore tra le braccia. Per molti uomini, il fallo non è un’arma, il corpo è un luogo in cui vivere sensazioni ed emozioni, il successo è costruire qualcosa di bello.

 

Uomo fiore

 

Molti uomini, cresciuti in un ambiente di maschi dominanti, distruttori e despoti, hanno paura della loro forza, hanno paura delle loro idee, hanno paura di fare male, perché hanno visto solo la parte devastante dell’energia maschile.

In questo mondo che vede gli uomini come carnefici e le donne come vittime, esistono uomini che hanno paura di esternare la propria forza, perché hanno avuto davanti agli occhi esempi distruttivi. Così, si tirano indietro, si nascondono, si limitano e si sforzano di essere quello che non sono.

In questo mondo, che vuole il maschio come sempre sicuro di sé e dominatore del territorio, esistono uomini che hanno paura, paura di non andare bene, paura di non essere accolti nella loro sensibilità, paura di non farcela, paura di non poter vivere secondo la propria aspirazione.

In questo mondo, ci sono uomini che sentono di avere un tesoro dentro di sé e vogliono donarlo, condividerlo, regalarlo a chi amano, e temono che questo tesoro non possa essere apprezzato.

Ci sono uomini che hanno paura di ferire, ci sono uomini che piangono, ci sono uomini che ascoltano il proprio cuore.

Ci sono uomini che riescono a superare l’illusione di essere supereroi e iniziano ad essere uomini.

 

Rossella

30.06.2017

Fiore fucsia

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Chiamateci

Chiamateci fannulloni

noi che abbiamo deciso di non romperci la schiena

per uno stipendio misero e una pensione che non c’è

 

Chiamateci sognatori

noi che immaginiamo un mondo in cui si collabora

e si dà valore ad una stretta di mano che sia uguale per tutti

 

Chiamateci dipendenti

noi che siamo sempre attaccati al cellulare

per cercare contatti, confronti e raccontare le nostre opinioni

inascoltate da chi era troppo preso a lavorare

per costruire un mondo che adesso dobbiamo mettere a posto

 

Chiamateci illusi

noi che torniamo alla terra e coltiviamo, raccogliamo,

differenziamo, curiamo, amiamo, accogliamo

 

Chiamateci bambini

noi che scegliamo di non avere figli perché non c’è cibo

e desideriamo esseri da amare anziché braccia per le nostre fabbriche

 

Chiamateci scansafatiche

noi che ci accontentiamo di un panino malfatto e di un letto storto

pur di portare avanti le cose in cui crediamo

 

Chiamateci perditempo

noi che non diciamo sì alla prima proposta

ed esigiamo il rispetto delle nostre doti più vere

 

Chiamateci stolti

noi che abbiamo fiducia nelle persone anziché nel loro passato

 

Chiamateci come vi pare

noi che stiamo aprendo una nuova porta

 

Noi che avremmo bisogno più del vostro sostegno

che della vostra critica

 

 

Mercoledì 15 marzo 2017

ore 9.26

Rossella Schianchi

 

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Amare in uno, in due, in tre…

Cosa significa amare? E’ possibile un reale amore di coppia? Oppure siamo fatti per la poligamia? Quali sono le forme dell’amore? Si tratta di amore quando non ci si vuole impegnare? Come si fa a capire qual è la forma di amore giusta per sé?

Queste e altre domande mi sono state poste da un’amica, che ringrazio per lo spunto, e sono domande che nascono spesso durante la ricerca interiore. Quando si sta uscendo da meccanismi usuali e da modi di pensare stereotipati, si cerca altrove una chiave, un sentiero che sia illuminante. E ogni corrente può essere una possibilità di apertura, di crescita, di liberazione, ogni filosofia apre nuove porte verso nuovi mondi. Ciò che è importante ricordare è che ognuna di esse descrive una parte della realtà e che nessuna può fornire una risposta che sia valida per tutti, perché ogni essere è diverso dall’altro e necessita di esperienze diverse da quelle altrui. La verità risiede all’interno di ogni individuo ed è unica. Così, ognuno vive e vede l’amore a modo proprio e lo esprime nel proprio modo personale.

Come mai è così importante comprendere quale sia la forma di amore adatta per sé?

Siamo fatti per amare, siamo fatti di amore. L’amore è per noi fonte di vita. Trasmettere amore, sentire amore, ricevere amore, muoversi con amore… è il punto essenziale della nostra esistenza.

L’amore ci riconduce a noi stessi, l’amore è la fonte, è l’essenza non definibile, è il succo di ogni cosa, ed è per noi fondamentale. Il primo grande amore è per noi stessi, per il nostro corpo, per la nostra mente, per la nostra anima. E da questo punto, l’amore si estende a quello che facciamo, a quello che mangiamo, alle nostre passioni, alle persone che incontriamo… L’amore per noi stessi ci porta a scegliere con amore le esperienze di vita.

 

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Senza amore per se stessi è impossibile qualunque forma di amore esterna. Senza amore per sé, l’individuo non può amare qualcun altro, non può amare quello che fa, non può amare quello che indossa, non può amare nulla e nessuno, perché lui è l’origine, è ciò da cui tutto parte. E se alla partenza non c’è amore, non c’è amore nemmeno lungo il percorso.

Nel momento in cui l’individuo ama se stesso, egli farà tutto quello che l’amore gli indica, andrà in ogni luogo in cui il suo amore vibra, frequenterà le persone che gli permettono di esprimere questo suo amore.

E nulla di tutto questo è definibile. Non c’è un amore ideale, non c’è l’amore di coppia giusto o sbagliato, non c’è il passatempo che è bene e quello che è male. Ogni persona che sia in contatto con l’amore per se stessa, sa che cosa è bene per lei. E ogni persona ha una sua personale visione dell’amore.

Così, prima di scegliere qual è il modo migliore di amare, se in coppia, in gruppo o variando spesso il compagno, è necessario entrare in se stessi e vivere l’amore dentro di sé, viverlo per sé, dare spazio all’amore per se stessi.

 

Rossella

28.11.2016

Quando arriva il gatto

C’è un gatto. E c’è un ragazzo. C’è l’amore e c’è il bisogno. C’è la paura, c’è la società che non ti aiuta, ci sono le persone che si mettono a rischio per darti una possibilità. C’è la famiglia con cui non riesci a comunicare. C’è la droga. C’è la solitudine. C’è la disperazione. Ci sono le lacrime, i mal di pancia, ci sono le fusa e le coccole. C’è il cibo che scarseggia, c’è la voglia di rimettersi in piedi. Ci sono i soldi contati e le sterline che volano in spreco. C’è il guardare dall’alto al basso. C’è il volto di chi è onesto. C’è l’amore, ancora. L’amore.

Ci sono i fiati sospesi, c’è il riconoscersi. C’è la semplicità del quotidiano e l’inarrivabile eppure possibile occasione per essere diversi.

C’è un gatto. E c’è un ragazzo. E c’è un mondo intorno che è come una giostra gustosa e spietata. E intanto, c’è ancora il gatto. E c’è ancora il ragazzo. Perché loro intendono esserci e fanno di tutto per restare.

In una città che è fredda, che butta via il cibo piuttosto che donartelo, fatta di persone che ti regalano l’avanzo e di persone che non capiscono. E di persone che prendono tutto di te per farne il meglio, perché vedono quello che altri ignorano. In una città che può essere tutto e niente, dipende da quale strada decidi di percorrere. Perché sta sempre e solo a te scegliere.

In una città c’è un gatto. E c’è un ragazzo. Che vanno in giro assieme.

E vi consiglio di andare a vederli.

Sì.

Andate a vederli.

 

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Rossella

14.11.2016

Come guarire una ferita?

La domanda è sorta grazie all’articolo “Andare verso il padre”, in cui vengono esplorati i meccanismi di reazione alla delusione – e alla conseguente ferita – che il bambino sperimenta nel momento in cui non trova nel padre la guida che sta cercando e di cui ha bisogno per affrontare il mondo.

La ferita rispetto al padre è una ferita come molte altre. Per ogni ferita, per ogni settore della vita, ci sono sfumature diverse, ma una cosa le accomuna tutte: l’origine traumatica. Ed è questa che prenderò in considerazione, restando sull’onda dell’argomentazione padre e dando strumenti che possono essere utilizzati per qualunque ferita.

Una ferita si guarisce anzitutto smettendo di volerla guarire. L’attenzione alla guarigione implica una affermazione di malattia. Può sembrare assurdo, ma è proprio in questo modo che funziona il magnetismo. Quando vuoi una cosa, stai ammettendo che quella cosa non ce l’hai, ed è proprio la mancanza che crei in quel momento. Non puoi raggiungere nessun obiettivo. L’unica cosa che puoi realmente fare è essere consapevole, alimentare il sentimento puro in te e permettere che questo ti guidi.

Sappiamo che la consapevolezza è come una luce, una fiamma che illumina. Così, il primo passo verso la guarigione è la consapevolezza della malattia. Essere consapevoli di avere una ferita è il primo passo per poterla guarire. Sapere di avere una ferita non è sufficiente. Conoscenza e consapevolezza sono concetti diversi, seppur vengano considerati sinonimi. Il sapere è un bagaglio, un’informazione impressa nella memoria, la consapevolezza è il risveglio nel momento presente.

Così, posso essere consapevole della mia ferita nel momento in cui la sento. Solo in quel momento posso esserne consapevole. Negli altri momenti, quando essa è sopita, quando non viene stimolata, io so di averla, ma non ne sono consapevole. E’ una differenza sottile ma essenziale.

Allora, quando una donna si relaziona con il compagno ed egli si comporta in un modo che la fa arrabbiare o che le provoca dolore, la donna può essere consapevole della sua ferita. Solo in quel momento può esserne consapevole. Ad esempio, può riconoscere che il compagno si sta comportando come fece suo padre quando era piccola e quel comportamento le provoca dolore, perché sta risvegliando una ferita generata da una situazione traumatica del passato. In quel momento, la donna può reagire al dolore insultando il compagno, dicendogli che non ci si comporta così, eccetera. Oppure può restare in silenzio ed ascoltare la sua ferita. Ecco che in quel momento le sta dando spazio. In quel momento avviene la guarigione. E la guarigione avviene ogni volta che si è consapevoli.

Ogni volta che permetto a me stessa di ascoltare, ogni volta che il mio dolore trova un ascolto, ecco che la guarigione è in atto, ecco che la ferita diminuisce.

La presenza è lo strumento più grande a nostra disposizione. La presenza è amore, è tutto l’amore che esiste concentrato in quel momento, in quel punto. Ed è la guarigione. La presenza permette all’emozione congelata di sciogliersi e di favorire l’espressione della nostra forza vitale.

 

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Liberazione dell’energia emozionale

 

La creazione avviene attraverso quattro fasi, rappresentante dai quattro elementi.

Fuoco – sentimento

Acqua – emozione

Aria – pensiero

Terra – materia

Il sentimento – fuoco – è il motore, ciò che fa partire tutto. L’emozione – acqua – è ciò che ne consegue e che dà la spinta al pensiero – aria – affinché quel moto abbia un modo per manifestarsi e quindi diventare materia – terra.

Il sentimento è il moto che porta, per esempio, un bambino a correre verso il padre con tutto il suo entusiasmo. Il bambino è mosso dall’amore, dalla fonte, dal fuoco. Non c’è obiettivo, c’è solo sentimento. Succede che il padre non sa accogliere quel moto e rifiuta il bambino. In quel momento, nel bambino, si crea un’emozione – acqua – che condiziona poi il pensiero – aria – che lo porterà a creare situazioni – terra – in linea con tutto il processo, in linea con l’emozione che si è creata. Se il bambino ha provato vergogna, il suo pensiero sarà condizionato dalla vergogna e così tutto quello che lui crea. Questo processo continua a rigenerarsi in automatico finché l’individuo non ne diviene consapevole.

Così, una donna si trova di fronte ad un uomo che non le dà il sostegno che lei chiede. In quel momento, nella donna si risveglia la ferita nata quando il padre non le è stato di sostegno. La reazione automatica può essere di chiudersi, arrabbiarsi, sentirsi frustrata, e così via… Questa reazione aumenta la ferita, perché si basa sulla ferita e quindi la nutre. Se invece la donna si pone in ascolto, entra nel suo dolore, lo sente, lo riconosce, gli permette di esistere, ecco che ha dato vita alla guarigione.

E in quel momento, quando la persona è consapevole, si riconosce, ritorna in se stessa e sa come muoversi, sa cosa fare, sa quali sono le sue reali esigenze e si mette in moto per soddisfarle. Esce dall’attaccamento, slega la dipendenza e diventa autonoma. Quando sei in ascolto, quando senti te stesso, sai quali sono i tuoi bisogni e ti muovi per soddisfarli.

Come ho detto altre volte, quando ci si ostina a volere qualcosa da una data persona, si sta proiettando sulla persona un genitore e ci si mantiene in una condizione infantile. Perché solo il bambino dipende dal genitore ed è chiaro che si disperi quando il genitore non gli fornisce ciò di cui ha bisogno. L’adulto è autonomo. L’adulto interagisce con il mondo esterno, è sempre in relazione con gli altri e con le cose, ma non ne è attaccato. Se una persona non può fornirgli ciò di cui ha bisogno, l’adulto andrà da un’altra. Non c’è attaccamento. C’è libertà.

Riconoscere il tipo di rapporto (dipendente o autonomo) che abbiamo con una data cosa o persona, ci permette di sapere se siamo in una condizione infantile o adulta.

Entrare in contatto con le proprie ferite è doloroso e allo stesso tempo liberatorio. Conosciamo tutti la differenza tra un dolore traumatico e un dolore liberatorio. Il dolore traumatico è causato da una botta, per esempio, da un taglio, da un’invasione. E’ un dolore che si crea in quel momento. Il dolore liberatorio è il dolore trattenuto che si scioglie. Questo avviene quando viene stimolata una parte che contiene dell’energia trattenuta – che causa dolore – al fine di liberare quell’energia.

Un pianto, una confidenza, l’esprimere un dolore trattenuto, sono tutti modi per liberare quell’energia. Affermare “Mi sono sentita delusa da mio padre”, “Mi sono sentito solo quando mio padre non è venuto alla mia prima partita di calcio”, “Ho provato un senso di vuoto quando mio padre non è tornato”, “Mi sono sentito perso quando mio padre mi ha sgridato”,… e così via, permette a quel dolore di liberarsi. Se ci pensate, è raro sentir dire queste frasi. Sono tutte emozioni che sono rimaste dentro, tutte confidenze che hanno bisogno di essere liberate.

Abbiamo detto che un’emozione genera un pensiero. E spesso è quel pensiero che prende il sopravvento. E’ più facile sentir dire “Gli uomini sono tutti egoisti”, piuttosto che “Mi sono sentita sola e abbandonata quando mio padre ha preferito andare a lavorare anziché che stare con me”. La prima frase è il pensiero – aria – che si è creato di conseguenza all’emozione – acqua. La seconda frase è frutto di una consapevolezza.

Mi auguro che tutto questo inizi a diventare più chiaro. Liberare un’emozione è il modo per scioglierla, per alleggerire la ferita, per togliere il motivo per cui la ferita esiste. In quel modo, la ferita può guarire. La ferita guarisce quando viene portata luce all’origine, quando viene portata alla luce l’ombra. L’ombra è la parte di noi che nascondiamo, perché riteniamo dannosa.

 

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L’oscuro, il nascosto, ritenuto dannoso, che è in realtà energia vitale creativa

 

Nel caso descritto prima, può succede per esempio che il bambino crei il pensiero: “Essere entusiasti e correre tra le braccia di un uomo porta solo dolore”. Questo pensiero – aria – è stato generato di conseguenza all’emozione – acqua – e crea situazioni – terra – della stessa frequenza. Così, è probabile che il bambino o la bambina in questione creino situazioni in cui ci sono uomini che li rifiutano. Sono loro stessi ad attrarli a sé, perché hanno quella convinzione. E, a livello più sottile, la ferita sta facendo in modo che loro si rendano conto di averla.

La sofferenza è un ponte, è un segno, è un messaggio dell’io profondo, che porta l’attenzione su un meccanismo distruttivo che si muove in automatico e che può essere smontato con la consapevolezza.

 

La presenza è la chiave. L’ascolto. L’osservazione. Essere presenti a se stessi anziché muoversi in automatico. Riconoscere il proprio dolore e le proprie ferite anziché incolpare gli altri. Portare l’attenzione a sé è il primo passo verso la guarigione.

 

 

Una donna mi scrive:

…d’accordo che noi donne abbiamo delle ferite, ma il maschile è innegabile che è terribile oggi… possiamo curare le nostre ferite, ma per noi. Un uomo che ama una donna, si trova solo nelle più remote poesie.”

In questo commento, possiamo notare una associazione diretta tra maschile e uomo. Come spesso il femminile è associato alla donna.

E’ importante ricordare che il femminile e il maschile sono energie contenute in ogni individuo. Ogni donna e ogni uomo hanno in sé l’energia femminile e l’energia maschile. Quando si identifica l’energia maschile con l’uomo, la si costringe. A maggior ragione, quando si definisce terribile l’energia maschile associandola a uomini che la utilizzano in modo distruttivo, si sta facendo lo stesso con se stessi. Ovvero si considera terribile la propria energia maschile. E visto che la si considera terribile, non la si vuole esercitare e la si tiene nell’ombra. Succede quindi che sia repressa oppure eccessivamente espressa. Ecco perché una donna che considera il maschile e gli uomini terribili attrae a sé e vede quasi solo uomini con una energia maschile terribile. Vede quello che ha dentro di sé. Vede quello di cui è convinta. Attrae a sé ciò che deriva dalla sua ferita.

Se è “innegabile” che “il maschile oggi sia terribile”, è allo stesso modo innegabile che esistono uomini e donne con energie maschili libere, ed esistono uomini e donne con energie maschili compresse. Nulla è assoluto e il mondo è pieno di ogni varietà di caratteri. Quello che una persona vede in prevalenza è quello che ha dentro di sé, è quello che la sua ferita porta a galla affinché possa essere vista.

 

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Specchio l’uno dell’altra, l’incontro per iniziare un viaggio insieme

 

Segue poi una domanda:

Perché oggi il maschile è diventato così squallido? Uomini che non sanno stare vicino, uomini che non amano, uomini che uccidono le donne”

Gli uomini hanno avuto genitori, con i quali hanno vissuto esperienze che hanno portato sia gioie che ferite. Nulla è squallido per definizione (come nulla è vergognoso per definizione, cfr. articolo “Vergogna ed espressione”). Definiamo squallido quello che noi riteniamo tale, in base a quello che abbiamo imparato e abbiamo reso uno strumento di difesa.

Un altro punto interessante su cui mi soffermo poco per non uscire troppo dal tema originario, è l’accanimento sugli uomini, sul loro essere violenti. Ricordo che anche le donne sanno essere violente, anche le donne abusano, anche le donne uccidono, anche le donne insultano e distruggono. L’energia maschile è presente in ognuno di noi. E quando ci sono delle ferite aperte, la persona reagisce in modo automatico, scatenando forze distruttive. Identificare l’uomo come la parte cattiva della società che ferisce la donna è un modo per mantenere la donna in uno stato di vittima, alimentando il concetto del sesso debole. In questo modo, diventa difficile aiutare gli individui a diventare integri e succede che le donne, per farsi rispettare, diventino violente a loro volta. Questo alimenta le ferite di tutti, anziché guarirle.

 

Spesso giudichiamo squallido un comportamento e non ci rendiamo conto di essere squallidi anche noi in altro modo, accusiamo qualcuno di essere assente e poi siamo i primi a non volerci prendere responsabilità, puntiamo il dito contro gli sporchi e abbiamo un cestino della spazzatura interiore saturo da anni… Come dice il proverbio: «Perché guardi la pagliuzza che è nellocchio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo?».

Il mondo esterno è una proiezione di noi stessi, e quando notiamo qualcosa – che ci piaccia oppure ci disgusti – possiamo ritrovarla in noi stessi e permetterle di comunicare il suo messaggio.

In conclusione, posso invitare chiunque a farsi aiutare nel processo di liberazione delle emozioni. Se è vero che la presenza e la consapevolezza sono stati che posso essere agiti solo in autonomia, è anche vero che tutti abbiamo bisogno di una guida, di qualcuno che sappia gestire le dinamiche interiori e che sia al di fuori del nostro dramma così da poterlo vedere ed accompagnarci verso l’uscita.

Quando un’emozione – acqua – viene liberata, si ripristina il flusso naturale, così anche i pensieri – aria – e le azioni – terra – tornano ad essere in sintonia con la fonte – fuoco.

Grazie a chi mi sostiene nella mia ricerca e contribuisce ad arricchirla.

 

Buon viaggio,

Rossella

11.11.2016

 

 

Vergogna ed Espressione

Ti è capitato di volerti nascondere? Di voler scomparire, dissolverti, diventare invisibile? Ti succede di percepire nel corpo un senso di sporco, vecchio, malandato, misero? In questi ed altri casi, la vergogna ha preso il sopravvento.

La vergogna è un’emozione che porta con sé il desiderio di scomparire per non mostrare quello che riteniamo essere, appunto, vergognoso. Può essere un abito macchiato, i capelli fuori posto, una frase appena detta, un comportamento. Non esiste una cosa vergognosa per definizione. Siamo noi, con le nostre convinzioni, ad attribuire ad oggetti e situazioni l’attributo di vergognoso.

Le convinzioni si consolidano nell’infanzia, con il condizionamento dell’ambiente circostante. Così, succede che quando siamo bambini facciamo qualcosa che per noi può essere spontaneo, divertente, normale, e invece veniamo rimproverati o tacciati come vergognosi da chi si prende cura di noi. Ecco che, per non perdere quell’amore e quella sicurezza, registriamo che quella cosa è vergognosa e portiamo con noi questa convinzione. Diciamo a noi stessi che quella cosa non và fatta.

L’aspetto buffo è che tendiamo a ripetere quello che riteniamo essere vergognoso proprio per ricordarci che in noi esiste una ferita da guarire. Perciò, anziché affliggerci perché continuiamo a ripetere gli stessi errori e proviamo spesso vergogna, possiamo essere consapevoli del nostro comportamento e tornare all’ascolto di noi stessi, per muoverci in modo spontaneo e riconoscere che non esiste qualcosa di vergognoso, esiste solo l’espressione di sé.

 

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Nel nostro sistema energetico, ci sono sette chakra e la vergogna è il lato ombra del terzo chakra. Il lato in luce del terzo chakra è il sole, il manifestarsi, l’espressione per l’appunto. Quando provi vergogna, vuoi nasconderti, scomparire, tutto il contrario che mostrarti. Invece, quando sei in sintonia con te stesso, l’espressione è spontanea.

Per espressione non si intende solo mostrarsi agli altri. Espressione è permettere a quello che c’è dentro di uscire. Quindi, può anche essere ritirarsi dal mondo, andare a riposare, fare qualcosa da soli. Non esistono regole fisse, tengo sempre a precisarlo. Esprimere se stessi può avvenire anche in privato.

Per una persona può essere difficile, per esempio, stare a casa da sola se nella sua famiglia di origine questo comportamento era ritenuto vergognoso, mentre era considerato nobile e giusto incontrare le persone, stare in società. Ognuno di noi ha ricevuto lezioni ed ognuno di noi ha in sé delle convinzioni, che possono essere diverse da quelle altrui. E’ importante comprendere come non ci sono comportamenti giusti o sbagliati a prescindere. C’è solo quello che sentiamo e il giudizio che vi poniamo.

L’ascolto di noi stessi e l’attraversamento delle emozioni permettono di sciogliere i nodi che sono stati alimentati nel corso della vita. Noi interagiamo gli uni con gli altri e capita di scontrarsi con le convinzioni proprie ed altrui. Queste occasioni sono un aiuto per riconoscere le proprie ferite, le convinzioni che impediscono l’espressione individuale e la forza che risiede in ognuno di noi, quella forza vitale che spinge in ogni momento per manifestarsi, per portare alla luce il nostro vero sé.

Gli altri sono un aiuto per riconoscere il nostro potenziale e permettergli di esprimersi. Spesso succede di dare la colpa a qualcuno per le nostre sofferenze e così non riconosciamo che siamo noi stessi a creare le situazioni per renderci consapevoli di noi stessi.

Non esistono colpe, esistono solo ferite che vengono tramandate e che possono essere guarite.

 

Rossella

5.10.2016

Donna bambina

Donna, vuoi che il tuo uomo cambi.

Dici che se lui cambiasse, voi sareste più felici.

Tu, saresti più felice.

Forse, non hai considerato che lui ha scelto te partendo da quello che lui è adesso.

Lui ha scelto te per quelle che sono le sue esigenze e le sue caratteristiche ora.

Sei certa che, se lui cambiasse, se fosse diverso, ti sceglierebbe ancora?

E tu, se lui fosse diverso, lo vorresti ancora?

 

Il cambiamento avviene secondo le leggi della natura, della vita, dell’anima.

Il cambiamento non avviene secondo le leggi delle aspettative personali.

 

Questo tu lo sai nel tuo profondo ed è il motivo per cui il cambiamento non avviene.

Perché, se desideri tanto il cambiamento, questo non avviene?

 

Perché hai paura dell’ignoto.

In fondo, lo sai che il cambiamento non è nelle tue mani, sai che è autonomo.

Sai che potrebbe generare situazioni diverse da quelle che ti aspetti.

Diverse da quelle che la tua bambina esige.

Diverse da quelle che la tua bambina chiede per sentirsi al sicuro.

 

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Il cambiamento è naturale e l’individuo adulto lo vive con tranquillità.

L’adulto sa che la natura evolve, che l’anima evolve, ed egli segue questo flusso.

L’adulto è consapevole di se stesso e della necessità di cambiare.

 

Il cambiamento è spaventoso per i bambini, che hanno bisogno di certezze.

E quando la bambina prende il sopravvento, fa di tutto perché le cose non cambino.

Perché, buono o cattivo che sia, il genitore è pur sempre il genitore.

E le sicurezze sono pur sempre le sicurezze.

 

Il bambino ha paura dell’ignoto.

L’individuo adulto danza nel cambiamento, nella vita, nel continuo mutare.

E si apre al non sapere.

 

L’individuo adulto è il cambiamento stesso che si mette all’opera.

 

12.10.2016

 

Rossella Schianchi

Rossella Schianchi – Percorsi di Consapevolezza

info.percorsidiconsapevolezza@gmail.com

 

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FEMMINILE E MASCHILE INTERIORE – L’ARMONIA DELLA CREAZIONE

FEMMINILE E MASCHILE INTERIORE
L’ARMONIA DELLA CREAZIONE
 
Femminile è l’ascolto
Maschile è l’azione
L’azione ispirata dà vita alla creazione.
Quando femminile e maschile sono in armonia
si manifesta la speciale ed unica individualità
che ci permette di vivere pienamente e realizzare ciò che siamo.
 
Consideriamo l’aspetto femminile e maschile
all’interno di noi e nel contesto collettivo e simbolico
per riconoscerne l’influenza nella nostra vita
ed aprire lo sguardo su come queste due parti
possono collaborare per generare la magnificenza
che è in ognuno di noi e che si esprime nelle grandi imprese
come nei semplici movimenti di ogni giorno
 
Femminile e Maschile
Femminile e Maschile insieme
permettono il costante nutrimento
e l’espressione naturale della persona
 
Ne parliamo a casa di Debora
Giovedì 28 Luglio dalle ore 20
in una serata interattiva con Rossella Schianchi
 
dove i partecipanti sono invitati a stimolare approfondimenti,
porre domande ed essere parte integrante della ricerca.
 
Ingresso a quota libera consapevole
Vestiti comodi
 
Per informazioni e prenotazioni: 327-2128603 Debora
 
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INVITIAMO A LEGGERE L’ARTICOLO
Madre e Padre – Unire
 
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Visita la Pagina
e il blog
 
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Visita la Pagina
Debora Perini Naturopata – Prendersi cura di Sè naturalmente
 
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Vegano-nonvegano… Te Stesso

Questo è il mio commento ad una discussione sul vegano-nonvegano, a cui sono stata invitata a partecipare.

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Il mio parere non è vegano. Il mio parere è comprensivo di tutta quella che sono.

Dividere per settori e catalogare è un modo per poter additare chi crediamo essere di una sezione sbagliata e così sentirci al sicuro nella nostra categoria, che difendiamo. Quando io so di essere nel giusto e considero qualcuno nello sbagliato, mi sono salvata dai pericoli, sono dal lato dei buoni. E il paradiso è garantito.

Quando riconosco la mia scelta come mia ed unica responsabilità e lascio liberi gli altri di scegliere, sono in una visione globale in cui non esistono il bene o il male. Esiste la libertà di espressione.

La questione alimentare tocca corde sensibili. Si tratta di cibo, anzitutto una fonte di sostentamento, su cui le persone proiettano molto di loro stesse: gli affetti, i ricordi, le ideologie, le paure.
Se manca cibo in tavola, non è solo la fame a farsi sentire. Intervengono la paura di morire, la sensazione di isolamento, la tristezza, il ricordo dei bei tempi andati, …

Così, alla base di una scelta alimentare c’è un significato simbolico che rappresenta una scelta interiore che va oltre l’etica, la morale o la scienza. Le allergie e le intolleranze lo dimostrano in modo chiaro. Si è allergici a quello che il cibo rappresenta, non al componente.

Questo vale per tutte le scelte e per tutti gli atteggiamenti della vita. Ogni scelta ha un significato simbolico ed appoggiarsi alla spiegazione scientifica, etica, morale, è un modo per mettere nella ragione ciò che invece è dell’interiorità.

Quando qualcuno difende strenuamente gli animali degli allevamenti, quando si accanisce contro gli allevatori, sta difendendo una parte di sé, sta proiettando sull’animale una parte di sé che si è sentita trattata male. Sta attivando il gioco di vittima e carnefice.

Accade lo stesso con i bambini. Sui bambini vengono proiettate le proprie emozioni. Così, il genitore cresce il bimbo mettendo se stesso. Quando un genitore tratta il figlio come un laboratorio asettico oppure come un barile in cui scaricare tutto il cibo possibile, sta proiettando delle sue paure, delle sue emozioni.

Il figlio è condizionato dalle scelte dei genitori finché non è adulto e su ciò c’è da mettersi l’anima in pace. Anche quando si trattano i bambini come povere creature indifese, sbandierando ideologie che possono dar loro il meglio, si sta proiettando la propria parte indifesa, il proprio sentirsi vittime, su di loro. Renderli liberi ed autonomi è il grande compito del genitore.

Il mio punto di vista sta nel riconoscere cosa c’è dietro un’affermazione senza attaccarmi all’affermazione stessa.

Hanno ragione i vegani a dire che il corpo umano non è strutturato per digerire la carne e i latticini. Hanno ragione i carnivori a dire che una bistecca non ha mai ucciso nessuno. Appunto, si tratta di ragione. Ma quali sono i motivi che spingono a una certa scelta?

Qui si sta cercando una linea guida che vada bene per tutti. E perché? Perché così siamo tutti buoni e bravi e salvi? Non esiste una linea guida per tutti. E non esistono i buoni o i cattivi. Siamo tutti diversi. Ognuno ha la sua storia, le sue emozioni e le sue necessità.

Vallo a dire a un eschimese che non può mangiare il pesce… vallo a dire a un indigeno australiano che deve mangiare anche un po’ di carne… Ognuno di noi è diverso.

Che l’articolo sia fuorviante l’hanno già detto ed è chiaro. I media tirano acqua al mulino di chi paga. Il punto sta nella scelta individuale consapevole, che nasce dall’aver ascoltato se stessi. Quando la scelta giunge da dentro di me, non ho bisogno di dare spiegazioni. Quando la scelta nasce da una regola a cui mi sto affidando, allora ti spiegherò tutto nei dettagli.

Siamo così abituati a dare ascolto ad altri, a farci dire cosa dobbiamo fare, a dividere il bene dal male, che anche quando cerchiamo sinceramente di farci del bene, cerchiamo una nuova regola a cui affidarci, mentre il grande immenso timoniere saggio e amorevole è dentro di noi. E non siamo abituati ad ascoltarlo.

Tutti cerchiamo di stare bene, è il fine ultimo della vita. Il benessere. E ognuno lo fa a modo proprio. Il nonno di 110 anni morto felice con una vita di sigarette o il vegano morto felice con una vita di carote. Qual è la differenza? Ognuno ha la sua storia e non può esserci una regola per tutti, perché siamo vivi, non siamo macchine.

Ci sono diverse paure: quella della contaminazione, dell’invasione… ce ne sono tante. Ognuno ha le proprie che nascono dall’esperienza. E’ quello il punto. Quando guardi dentro te stesso, quando ti interessa uscire dalle regole imposte e muoverti nella tua naturalezza, riconosci che non esistono il bene e il male, esiste quello che ti piace, quello che scegli, quello che vuoi portare al mondo. Ed è un modo pacifico.

Il contenzioso, come dicevi tu, nasce perché ci si accanisce, perché si vuole avere ragione, perché si ritiene che qualcuno sbagli e si vuole fargli cambiare idea per portarlo dalla propria parte. Perché non è possibile concepire il diverso, per una mente che divide.

Nella vita c’è tutto e la natura lo insegna. Quando ascolti il cuore, sai che esiste tutto e tutto ha libertà di esistere. Definisci i tuoi confini e sai fin dove arrivi tu e fin dove puoi accogliere, sai cosa rifiutare e sai cosa favorire. E’ un moto pacifico. Riconosci la diversità. Riconosci il tutto.

Quando ascolti te stesso, hai trovato la pace. E pace sei. E pace porti.

Grazie.

Rossella

 

Albero e Luce