Amare in uno, in due, in tre…

Cosa significa amare? E’ possibile un reale amore di coppia? Oppure siamo fatti per la poligamia? Quali sono le forme dell’amore? Si tratta di amore quando non ci si vuole impegnare? Come si fa a capire qual è la forma di amore giusta per sé?

Queste e altre domande mi sono state poste da un’amica, che ringrazio per lo spunto, e sono domande che nascono spesso durante la ricerca interiore. Quando si sta uscendo da meccanismi usuali e da modi di pensare stereotipati, si cerca altrove una chiave, un sentiero che sia illuminante. E ogni corrente può essere una possibilità di apertura, di crescita, di liberazione, ogni filosofia apre nuove porte verso nuovi mondi. Ciò che è importante ricordare è che ognuna di esse descrive una parte della realtà e che nessuna può fornire una risposta che sia valida per tutti, perché ogni essere è diverso dall’altro e necessita di esperienze diverse da quelle altrui. La verità risiede all’interno di ogni individuo ed è unica. Così, ognuno vive e vede l’amore a modo proprio e lo esprime nel proprio modo personale.

Come mai è così importante comprendere quale sia la forma di amore adatta per sé?

Siamo fatti per amare, siamo fatti di amore. L’amore è per noi fonte di vita. Trasmettere amore, sentire amore, ricevere amore, muoversi con amore… è il punto essenziale della nostra esistenza.

L’amore ci riconduce a noi stessi, l’amore è la fonte, è l’essenza non definibile, è il succo di ogni cosa, ed è per noi fondamentale. Il primo grande amore è per noi stessi, per il nostro corpo, per la nostra mente, per la nostra anima. E da questo punto, l’amore si estende a quello che facciamo, a quello che mangiamo, alle nostre passioni, alle persone che incontriamo… L’amore per noi stessi ci porta a scegliere con amore le esperienze di vita.

 

tre-gatti-coccole

 

Senza amore per se stessi è impossibile qualunque forma di amore esterna. Senza amore per sé, l’individuo non può amare qualcun altro, non può amare quello che fa, non può amare quello che indossa, non può amare nulla e nessuno, perché lui è l’origine, è ciò da cui tutto parte. E se alla partenza non c’è amore, non c’è amore nemmeno lungo il percorso.

Nel momento in cui l’individuo ama se stesso, egli farà tutto quello che l’amore gli indica, andrà in ogni luogo in cui il suo amore vibra, frequenterà le persone che gli permettono di esprimere questo suo amore.

E nulla di tutto questo è definibile. Non c’è un amore ideale, non c’è l’amore di coppia giusto o sbagliato, non c’è il passatempo che è bene e quello che è male. Ogni persona che sia in contatto con l’amore per se stessa, sa che cosa è bene per lei. E ogni persona ha una sua personale visione dell’amore.

Così, prima di scegliere qual è il modo migliore di amare, se in coppia, in gruppo o variando spesso il compagno, è necessario entrare in se stessi e vivere l’amore dentro di sé, viverlo per sé, dare spazio all’amore per se stessi.

 

Rossella

28.11.2016

Annunci

Dopo Dio, l’Essenza

C’è stato un passaggio dal culto della Dea Madre al culto del Dio Padre. Da un estremo all’altro. Si racconta che gli uomini, stanchi del dominio delle donne durante il periodo matriarcale, si siano ribellati, fondando religioni e culti che adorassero un Dio maschile.

Quando erano al comando, le donne consideravano gli uomini buoni solo per i lavori pesanti e per la riproduzione. Quando ci sono gli uomini al comando, essi considerano le donne buone solo per i lavori di casa e per la riproduzione. E per altri giochi divertenti… così come è presumibile facessero le donne quando lo scettro era nelle loro mani.

In poche parole, non è cambiato nulla.

A livello evolutivo, siamo passati dalle braccia della madre alla ricerca del padre. Guardandola dall’alto, in una visione temporale estesa, possiamo vedere come si stia riproducendo il modello del bambino che prima è in fusione con la madre, poi cerca il padre. Ne abbiamo già parlato (cfr articolo “Andare verso il padre”). Questa società fondata su valori maschili è deludente, così le persone stanno tornando verso la madre, verso la terra, cercano conforto nella rinuncia, nella meditazione, nel cibo naturale, nel silenzio. Così come il bambino, deluso dal padre, torna dalla madre.

Questo comportamento di ritorno alla terra, escludendo i valori maschili, rappresenta uno stato infantile, in cui – dopo la delusione – si ritorna nelle braccia della madre sperando di trovare conforto, negando le qualità maschili che hanno portato sofferenza.

In questo modo, si nega una parte di sé.

Non esiste l’esterno in quanto separato dall’individuo. Esiste l’esterno in quanto campo di applicazione delle qualità interiori e specchio di esse.

La tendenza a estremizzare il contatto con la natura, negando le qualità maschili di concentrazione, focalizzazione degli obiettivi, definizione del territorio, contatto con l’esterno, porta l’individuo a oscurare una parte di sé, vivendo a metà. In questo modo, l’individuo sviluppa sintomi e malanni che rappresentano le sue energie compresse.

Uno stato ottimale dell’individuo si raggiunge quando esso integra in sé tutte le sue parti, quando riconosce il padre e la madre come parti di sé, non come individui esterni, e le fa proprie. Il rimbalzo da uno all’altra è naturale, fa parte del processo di crescita ed evoluzione, il bambino ha necessità di compiere questo percorso. Il punto in cui la nostra società si trova incagliata è nell’accanimento alla ricerca di una approvazione da parte dei genitori, considerando la loro opinione indispensabile per proseguire. Il punto in cui le persone sono incagliate è lo stato infantile in cui vivono, senza saperlo.

La persona vive in stato infantile quando non è in contatto con se stessa e cerca l’approvazione altrui prima di compiere un passo, oppure sente di essere salva quando viene approvata dall’esterno. In altre parole, è dipendente.

E’ un aggancio sottile, non sempre identificabile al primo sguardo, specie nei casi in cui la persona mostra molta forza, intraprendenza e attività. Sono proprio quelli che “non devono chiedere niente a nessuno” ad aver escluso una parte di sé dalla loro vita, visto che il contatto con gli altri, la collaborazione e lo scambio sono indispensabili per una vita completa. Perciò, è utile prendersi il tempo e lo spazio per osservare i propri comportamenti chiedendosi con onestà se in qualche modo essi dipendono dall’approvazione ed opinione altrui oppure nascono in modo spontaneo dal proprio essere.

Tengo a ricordare che per genitore non si intende solo quello biologico o che ci ha allevato. Il genitore è un ruolo, non una persona, perciò può essere il capoufficio, la collega, il vicino di casa, l’amica. Chiunque l’individuo ritenga qualcuno da cui dipendere.

 

albero-luce

 

Quando l’individuo riconosce in sé le parti della madre e del padre, quando l’individuo diventa padre di se stesso e madre di se stesso, ecco che può tendere all’Uno, al riconoscimento della propria Essenza.

La madre e il padre sono parti di sé, che collaborano, interagiscono, in quanto componenti di un Tutto più esteso e indefinibile. Nel momento in cui si parla di Dio o di Dea, non si sta parlando dell’Uno, si sta parlando di una parte di sé, che esiste ed è indispensabile, ma non è la Totalità. Può essere utile meditare su queste parti, permettere che emergano, svilupparle e dare loro la forma che rappresenti l’Essenza. L’esclusione di una delle parti allontana l’individuo dal Tutto.

Così, possiamo renderci conto di come la fase evolutiva attuale rappresenti il momento in cui il bambino resta deluso dal padre. Alcuni stanno ancora cercando la sua approvazione e sono coloro che si affannano per raggiungere, per fare, per dimostrare, per scalare le vette del successo. Quelli che l’hanno già fatto, si stanno ritirando tra le braccia della madre, rinunciano ai benefici dell’energia maschile e si rannicchiano nel nido, coltivando il proprio orto lontano dal caos ed evitando di esporsi.

In entrambi i casi non c’è un errore o qualcosa di sbagliato. Non è l’azione in sé a essere buona o cattiva. Ciò su cui porre l’attenzione è l’origine del comportamento, se esso deriva da una ferita, da una identificazione con il bambino, oppure dal profondo sé.

Riconoscendo questo, possiamo comportarci da adulti e integrare la madre e il padre – come tutte le altre parti – dentro di noi, anziché continuare a cercare la loro approvazione, permettendo a queste parti di maturare e orientarci verso l’ascolto dell’Essenza.

L’essere umano ha adorato la Dea (madre), poi ha adorato il Dio (padre). Ora, ha la possibilità di volgere lo sguardo dentro se stesso e riconoscere la Dea e il Dio dentro di sé, integrandoli, mettendoli in comunicazione e dando loro una forma che corrisponda alla propria Essenza, riconoscendo così di essere Uno, appartenente al Tutto.

 

Rossella

19.11.2016

Quando arriva il gatto

C’è un gatto. E c’è un ragazzo. C’è l’amore e c’è il bisogno. C’è la paura, c’è la società che non ti aiuta, ci sono le persone che si mettono a rischio per darti una possibilità. C’è la famiglia con cui non riesci a comunicare. C’è la droga. C’è la solitudine. C’è la disperazione. Ci sono le lacrime, i mal di pancia, ci sono le fusa e le coccole. C’è il cibo che scarseggia, c’è la voglia di rimettersi in piedi. Ci sono i soldi contati e le sterline che volano in spreco. C’è il guardare dall’alto al basso. C’è il volto di chi è onesto. C’è l’amore, ancora. L’amore.

Ci sono i fiati sospesi, c’è il riconoscersi. C’è la semplicità del quotidiano e l’inarrivabile eppure possibile occasione per essere diversi.

C’è un gatto. E c’è un ragazzo. E c’è un mondo intorno che è come una giostra gustosa e spietata. E intanto, c’è ancora il gatto. E c’è ancora il ragazzo. Perché loro intendono esserci e fanno di tutto per restare.

In una città che è fredda, che butta via il cibo piuttosto che donartelo, fatta di persone che ti regalano l’avanzo e di persone che non capiscono. E di persone che prendono tutto di te per farne il meglio, perché vedono quello che altri ignorano. In una città che può essere tutto e niente, dipende da quale strada decidi di percorrere. Perché sta sempre e solo a te scegliere.

In una città c’è un gatto. E c’è un ragazzo. Che vanno in giro assieme.

E vi consiglio di andare a vederli.

Sì.

Andate a vederli.

 

a-spasso-con-bob

 

Rossella

14.11.2016

Allo Specchio

Seminario di incontro con se stessi

airone-specchio

Domenica 20 Novembre 2016

dalle 15 alle 18

 

Incontro divulgativo ed esperienziale sul riflesso di noi stessi

nella realtà che noi stessi creiamo per poterci ritrovare.

Verranno esaminati gli argomenti:

specchio magico – simbologia e passaggio iniziatico

risonanza – l’inconscio crea la realtà che viviamo

proiezioni – vediamo noi stessi in quello che c’è intorno

ombra – quello che di noi nascondiamo per pregiudizio

presenza e consapevolezza – per riconoscere se stessi

e creare la vita in sintonia con la propria essenza

cropped-acquamarina.jpg

Rossella Schianchi – Simbologa e ricercatrice del sé

Info: 320.8363935 – info.percorsidiconsapevolezza@gmail.com

PRENOTARE ENTRO GIOVEDI’ 17 NOVEMBRE

Il seminario si tiene in Via Paganelli, 18 – Faenza (RA)

LOGO

 

Come guarire una ferita?

La domanda è sorta grazie all’articolo “Andare verso il padre”, in cui vengono esplorati i meccanismi di reazione alla delusione – e alla conseguente ferita – che il bambino sperimenta nel momento in cui non trova nel padre la guida che sta cercando e di cui ha bisogno per affrontare il mondo.

La ferita rispetto al padre è una ferita come molte altre. Per ogni ferita, per ogni settore della vita, ci sono sfumature diverse, ma una cosa le accomuna tutte: l’origine traumatica. Ed è questa che prenderò in considerazione, restando sull’onda dell’argomentazione padre e dando strumenti che possono essere utilizzati per qualunque ferita.

Una ferita si guarisce anzitutto smettendo di volerla guarire. L’attenzione alla guarigione implica una affermazione di malattia. Può sembrare assurdo, ma è proprio in questo modo che funziona il magnetismo. Quando vuoi una cosa, stai ammettendo che quella cosa non ce l’hai, ed è proprio la mancanza che crei in quel momento. Non puoi raggiungere nessun obiettivo. L’unica cosa che puoi realmente fare è essere consapevole, alimentare il sentimento puro in te e permettere che questo ti guidi.

Sappiamo che la consapevolezza è come una luce, una fiamma che illumina. Così, il primo passo verso la guarigione è la consapevolezza della malattia. Essere consapevoli di avere una ferita è il primo passo per poterla guarire. Sapere di avere una ferita non è sufficiente. Conoscenza e consapevolezza sono concetti diversi, seppur vengano considerati sinonimi. Il sapere è un bagaglio, un’informazione impressa nella memoria, la consapevolezza è il risveglio nel momento presente.

Così, posso essere consapevole della mia ferita nel momento in cui la sento. Solo in quel momento posso esserne consapevole. Negli altri momenti, quando essa è sopita, quando non viene stimolata, io so di averla, ma non ne sono consapevole. E’ una differenza sottile ma essenziale.

Allora, quando una donna si relaziona con il compagno ed egli si comporta in un modo che la fa arrabbiare o che le provoca dolore, la donna può essere consapevole della sua ferita. Solo in quel momento può esserne consapevole. Ad esempio, può riconoscere che il compagno si sta comportando come fece suo padre quando era piccola e quel comportamento le provoca dolore, perché sta risvegliando una ferita generata da una situazione traumatica del passato. In quel momento, la donna può reagire al dolore insultando il compagno, dicendogli che non ci si comporta così, eccetera. Oppure può restare in silenzio ed ascoltare la sua ferita. Ecco che in quel momento le sta dando spazio. In quel momento avviene la guarigione. E la guarigione avviene ogni volta che si è consapevoli.

Ogni volta che permetto a me stessa di ascoltare, ogni volta che il mio dolore trova un ascolto, ecco che la guarigione è in atto, ecco che la ferita diminuisce.

La presenza è lo strumento più grande a nostra disposizione. La presenza è amore, è tutto l’amore che esiste concentrato in quel momento, in quel punto. Ed è la guarigione. La presenza permette all’emozione congelata di sciogliersi e di favorire l’espressione della nostra forza vitale.

 

asso-coppe
Liberazione dell’energia emozionale

 

La creazione avviene attraverso quattro fasi, rappresentante dai quattro elementi.

Fuoco – sentimento

Acqua – emozione

Aria – pensiero

Terra – materia

Il sentimento – fuoco – è il motore, ciò che fa partire tutto. L’emozione – acqua – è ciò che ne consegue e che dà la spinta al pensiero – aria – affinché quel moto abbia un modo per manifestarsi e quindi diventare materia – terra.

Il sentimento è il moto che porta, per esempio, un bambino a correre verso il padre con tutto il suo entusiasmo. Il bambino è mosso dall’amore, dalla fonte, dal fuoco. Non c’è obiettivo, c’è solo sentimento. Succede che il padre non sa accogliere quel moto e rifiuta il bambino. In quel momento, nel bambino, si crea un’emozione – acqua – che condiziona poi il pensiero – aria – che lo porterà a creare situazioni – terra – in linea con tutto il processo, in linea con l’emozione che si è creata. Se il bambino ha provato vergogna, il suo pensiero sarà condizionato dalla vergogna e così tutto quello che lui crea. Questo processo continua a rigenerarsi in automatico finché l’individuo non ne diviene consapevole.

Così, una donna si trova di fronte ad un uomo che non le dà il sostegno che lei chiede. In quel momento, nella donna si risveglia la ferita nata quando il padre non le è stato di sostegno. La reazione automatica può essere di chiudersi, arrabbiarsi, sentirsi frustrata, e così via… Questa reazione aumenta la ferita, perché si basa sulla ferita e quindi la nutre. Se invece la donna si pone in ascolto, entra nel suo dolore, lo sente, lo riconosce, gli permette di esistere, ecco che ha dato vita alla guarigione.

E in quel momento, quando la persona è consapevole, si riconosce, ritorna in se stessa e sa come muoversi, sa cosa fare, sa quali sono le sue reali esigenze e si mette in moto per soddisfarle. Esce dall’attaccamento, slega la dipendenza e diventa autonoma. Quando sei in ascolto, quando senti te stesso, sai quali sono i tuoi bisogni e ti muovi per soddisfarli.

Come ho detto altre volte, quando ci si ostina a volere qualcosa da una data persona, si sta proiettando sulla persona un genitore e ci si mantiene in una condizione infantile. Perché solo il bambino dipende dal genitore ed è chiaro che si disperi quando il genitore non gli fornisce ciò di cui ha bisogno. L’adulto è autonomo. L’adulto interagisce con il mondo esterno, è sempre in relazione con gli altri e con le cose, ma non ne è attaccato. Se una persona non può fornirgli ciò di cui ha bisogno, l’adulto andrà da un’altra. Non c’è attaccamento. C’è libertà.

Riconoscere il tipo di rapporto (dipendente o autonomo) che abbiamo con una data cosa o persona, ci permette di sapere se siamo in una condizione infantile o adulta.

Entrare in contatto con le proprie ferite è doloroso e allo stesso tempo liberatorio. Conosciamo tutti la differenza tra un dolore traumatico e un dolore liberatorio. Il dolore traumatico è causato da una botta, per esempio, da un taglio, da un’invasione. E’ un dolore che si crea in quel momento. Il dolore liberatorio è il dolore trattenuto che si scioglie. Questo avviene quando viene stimolata una parte che contiene dell’energia trattenuta – che causa dolore – al fine di liberare quell’energia.

Un pianto, una confidenza, l’esprimere un dolore trattenuto, sono tutti modi per liberare quell’energia. Affermare “Mi sono sentita delusa da mio padre”, “Mi sono sentito solo quando mio padre non è venuto alla mia prima partita di calcio”, “Ho provato un senso di vuoto quando mio padre non è tornato”, “Mi sono sentito perso quando mio padre mi ha sgridato”,… e così via, permette a quel dolore di liberarsi. Se ci pensate, è raro sentir dire queste frasi. Sono tutte emozioni che sono rimaste dentro, tutte confidenze che hanno bisogno di essere liberate.

Abbiamo detto che un’emozione genera un pensiero. E spesso è quel pensiero che prende il sopravvento. E’ più facile sentir dire “Gli uomini sono tutti egoisti”, piuttosto che “Mi sono sentita sola e abbandonata quando mio padre ha preferito andare a lavorare anziché che stare con me”. La prima frase è il pensiero – aria – che si è creato di conseguenza all’emozione – acqua. La seconda frase è frutto di una consapevolezza.

Mi auguro che tutto questo inizi a diventare più chiaro. Liberare un’emozione è il modo per scioglierla, per alleggerire la ferita, per togliere il motivo per cui la ferita esiste. In quel modo, la ferita può guarire. La ferita guarisce quando viene portata luce all’origine, quando viene portata alla luce l’ombra. L’ombra è la parte di noi che nascondiamo, perché riteniamo dannosa.

 

xv-il-diavolo
L’oscuro, il nascosto, ritenuto dannoso, che è in realtà energia vitale creativa

 

Nel caso descritto prima, può succede per esempio che il bambino crei il pensiero: “Essere entusiasti e correre tra le braccia di un uomo porta solo dolore”. Questo pensiero – aria – è stato generato di conseguenza all’emozione – acqua – e crea situazioni – terra – della stessa frequenza. Così, è probabile che il bambino o la bambina in questione creino situazioni in cui ci sono uomini che li rifiutano. Sono loro stessi ad attrarli a sé, perché hanno quella convinzione. E, a livello più sottile, la ferita sta facendo in modo che loro si rendano conto di averla.

La sofferenza è un ponte, è un segno, è un messaggio dell’io profondo, che porta l’attenzione su un meccanismo distruttivo che si muove in automatico e che può essere smontato con la consapevolezza.

 

La presenza è la chiave. L’ascolto. L’osservazione. Essere presenti a se stessi anziché muoversi in automatico. Riconoscere il proprio dolore e le proprie ferite anziché incolpare gli altri. Portare l’attenzione a sé è il primo passo verso la guarigione.

 

 

Una donna mi scrive:

…d’accordo che noi donne abbiamo delle ferite, ma il maschile è innegabile che è terribile oggi… possiamo curare le nostre ferite, ma per noi. Un uomo che ama una donna, si trova solo nelle più remote poesie.”

In questo commento, possiamo notare una associazione diretta tra maschile e uomo. Come spesso il femminile è associato alla donna.

E’ importante ricordare che il femminile e il maschile sono energie contenute in ogni individuo. Ogni donna e ogni uomo hanno in sé l’energia femminile e l’energia maschile. Quando si identifica l’energia maschile con l’uomo, la si costringe. A maggior ragione, quando si definisce terribile l’energia maschile associandola a uomini che la utilizzano in modo distruttivo, si sta facendo lo stesso con se stessi. Ovvero si considera terribile la propria energia maschile. E visto che la si considera terribile, non la si vuole esercitare e la si tiene nell’ombra. Succede quindi che sia repressa oppure eccessivamente espressa. Ecco perché una donna che considera il maschile e gli uomini terribili attrae a sé e vede quasi solo uomini con una energia maschile terribile. Vede quello che ha dentro di sé. Vede quello di cui è convinta. Attrae a sé ciò che deriva dalla sua ferita.

Se è “innegabile” che “il maschile oggi sia terribile”, è allo stesso modo innegabile che esistono uomini e donne con energie maschili libere, ed esistono uomini e donne con energie maschili compresse. Nulla è assoluto e il mondo è pieno di ogni varietà di caratteri. Quello che una persona vede in prevalenza è quello che ha dentro di sé, è quello che la sua ferita porta a galla affinché possa essere vista.

 

vi-gli-amanti
Specchio l’uno dell’altra, l’incontro per iniziare un viaggio insieme

 

Segue poi una domanda:

Perché oggi il maschile è diventato così squallido? Uomini che non sanno stare vicino, uomini che non amano, uomini che uccidono le donne”

Gli uomini hanno avuto genitori, con i quali hanno vissuto esperienze che hanno portato sia gioie che ferite. Nulla è squallido per definizione (come nulla è vergognoso per definizione, cfr. articolo “Vergogna ed espressione”). Definiamo squallido quello che noi riteniamo tale, in base a quello che abbiamo imparato e abbiamo reso uno strumento di difesa.

Un altro punto interessante su cui mi soffermo poco per non uscire troppo dal tema originario, è l’accanimento sugli uomini, sul loro essere violenti. Ricordo che anche le donne sanno essere violente, anche le donne abusano, anche le donne uccidono, anche le donne insultano e distruggono. L’energia maschile è presente in ognuno di noi. E quando ci sono delle ferite aperte, la persona reagisce in modo automatico, scatenando forze distruttive. Identificare l’uomo come la parte cattiva della società che ferisce la donna è un modo per mantenere la donna in uno stato di vittima, alimentando il concetto del sesso debole. In questo modo, diventa difficile aiutare gli individui a diventare integri e succede che le donne, per farsi rispettare, diventino violente a loro volta. Questo alimenta le ferite di tutti, anziché guarirle.

 

Spesso giudichiamo squallido un comportamento e non ci rendiamo conto di essere squallidi anche noi in altro modo, accusiamo qualcuno di essere assente e poi siamo i primi a non volerci prendere responsabilità, puntiamo il dito contro gli sporchi e abbiamo un cestino della spazzatura interiore saturo da anni… Come dice il proverbio: «Perché guardi la pagliuzza che è nellocchio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo?».

Il mondo esterno è una proiezione di noi stessi, e quando notiamo qualcosa – che ci piaccia oppure ci disgusti – possiamo ritrovarla in noi stessi e permetterle di comunicare il suo messaggio.

In conclusione, posso invitare chiunque a farsi aiutare nel processo di liberazione delle emozioni. Se è vero che la presenza e la consapevolezza sono stati che posso essere agiti solo in autonomia, è anche vero che tutti abbiamo bisogno di una guida, di qualcuno che sappia gestire le dinamiche interiori e che sia al di fuori del nostro dramma così da poterlo vedere ed accompagnarci verso l’uscita.

Quando un’emozione – acqua – viene liberata, si ripristina il flusso naturale, così anche i pensieri – aria – e le azioni – terra – tornano ad essere in sintonia con la fonte – fuoco.

Grazie a chi mi sostiene nella mia ricerca e contribuisce ad arricchirla.

 

Buon viaggio,

Rossella

11.11.2016

 

 

Andare verso il padre

La difficoltà a muoversi nel mondo, a confrontarsi con gli altri, ad affermare se stessi e i propri confini, è riconducibile ad un rapporto difficile con la figura paterna. Resta inteso che per figura paterna si intende il padre biologico allo stesso modo di un suo sostituto.

Quando il bambino è nello stato simbiotico con la madre, ha bisogno solo di lei. Quando questa fase è conclusa, il bambino si stacca per andare verso il padre, che è il suo ponte verso il mondo esterno, colui che può insegnargli a catturare le prede, a confrontarsi con gli altri, a definire i propri confini, a raggiungere i suoi obiettivi. Quando un bambino non trova nel padre una guida verso il mondo esterno, vuoi perché il padre è assente, distratto, lo rifiuta, abbandona, abusa di lui o lo prende per un genitore o un amico, il bambino prova una forte delusione che gli provoca dolore. Nasce una ferita.

Il bambino ha comunque bisogno di un riferimento, così ritorna dalla madre, la quale non è più soddisfacente come prima, perché il bambino ha bisogno di altre cose, e vive un’altra delusione. La madre può essere un surrogato, può mettercela tutta per insegnare al bambino ad andare nel mondo, ma non potrà mai sostituire in pieno la figura paterna, per una semplice questione naturale.

Il padre rappresenta il maschile, l’energia maschile che vive in ogni individuo.

Quando l’individuo non ha ricevuto un adeguato esempio, un accompagnamento, una guida verso la gestione della sua energia maschile, questa resterà menomata, acerba, debole, e l’individuo farà molta fatica a relazionarsi con il mondo in modo soddisfacente.

Inoltre, la delusione provata dal bambino è una ferita che provoca dolore, così il bambino registra che avere a che fare con il maschile è qualcosa che fa male, che porta dolore, che ferisce, e così tenderà ad evitarlo nel corso della sua vita.

Evitare il maschile significa evitare tutti quegli aspetti che hanno a che fare con esso, come appunto l’affermarsi nel mondo, portare avanti progetti, mostrarsi, usare il denaro, essere aggressivi ed offensivi, proteggere il proprio territorio, sostenere le proprie idee. Il maschile ha preso il sopravvento nella nostra società ed ha portato ad una assuefazione – cemento, arrivismo, supremazia, violenza -, andando all’eccesso e diventando distruttivo anziché creativo, perciò è comprensibile come una persona che ha una ferita con il maschile tenda a volersene allontanare. Così nascono le correnti alternative, ecologiche, alla ricerca di uno stato più naturale di vita. Niente di male in questo.

La crepa sta nel fatto che spesso queste correnti nascono da una ferita e sono perciò reazioni, non sono prese di coscienza consapevoli dettate dalla profonda essenza del singolo individuo. Sono correnti che permettono a chi si è sentito ferito di trovare un nido sicuro in cui non dover affrontare quei temi così dolorosi. Scelte personali, tutto è possibile. Quello che nuoce è il fatto che, pur essendo all’apparenza buone cose, quando le azioni arrivano da una ferita, portano la sua matrice, e perciò dolore. Non è l’apparenza che conta, bensì il contenuto.

Gli individui si trovano così a mangiare crudo, vegetale, con le bacchette, arrivando ad attendere che il frutto cada dalla pianta per poterlo mangiare. Fanno di tutto per non essere aggressive, per non ferire. A quel punto, mi chiedo, come pensano di integrare il cibo nel loro corpo? Attendono che il frutto si decomponga spontaneamente distribuendo le sue proprietà nel sangue, oppure lo masticano e lo digeriscono, usando denti e succhi gastrici? Il nostro corpo è aggressivo per natura, i denti servono a rompere, strappare, mordere, i succhi gastrici distruggono. L’energia maschile è dentro di noi.

Sintomi del corpo come difficoltà digestive, problemi ai denti e alle gengive, infiammazioni, allergie, mostrano come l’individuo stia reprimendo l’energia maschile. Il nostro corpo è fatto per distruggere, afferrare, aggredire, imporsi. Sono doti che ha fornito la natura. Allo stesso modo, il nostro corpo è fatto per ricevere, sentire, aprirsi. Un sano equilibrio tra energia maschile ed energia femminile è lo stato auspicabile.

Quando i denti si ammalano è perché non vengono usati, quando le gengive si ritraggono significa che la rabbia è trattenuta, quando la digestione è difficoltosa, quando i succhi gastrici risalgono l’esofago, il corpo sta comunicando una sofferenza nell’aspetto maschile, una necessità di esprimerlo nella vita. Anche le allergie sono campi di battaglia che vengono allestiti all’interno del corpo anziché nella vita. Il corpo comunica e ci ricorda chi siamo.

Un rapporto conflittuale con il denaro, l’odio nei suoi confronti, la difficoltà a guadagnarlo o reperirlo, è sintomo di una difficoltà a relazionarsi con la parte maschile della vita, una paura ad andare nel mondo. Il denaro è stato creato per favorire gli scambi, per rendere più agevole il contatto con l’esterno, con il “fuori da casa”. Quando una persona sta in casa (la casa simbolicamente rappresenta la madre) non ha bisogno di denaro. Infatti, la mancanza di denaro spesso porta le persone a restare a casa, a non uscire. La frase tipica è “Non ho soldi, non posso andare da nessuna parte”, ed è chiaro che è solo una scusa. Quelle persone si privano del denaro per evitare il contatto con il mondo esterno. Sappiamo tutti che possiamo uscire di casa anche senza denaro: possiamo andare al parco, in biblioteca, possiamo andare a trovare un’amica o fare un giro per la città, possiamo passeggiare per i campi e fare molte cose utilizzando il baratto.

La mancanza di denaro non è un reale impedimento a fare le cose, ma la sua mancanza può diventare una scusa per non farle. Così diventa chiaro come l’individuo boicotta l’arrivo del denaro e non sviluppa la sua capacità di reperirlo in modo da avere una scusa per non andare nel mondo e restare nelle braccia sicure delle sue abitudini (madre). Sarebbe più consapevole riconoscere questa difficoltà ed ammetterlo a se stessi, senza usare scuse, confrontandosi con la propria ferita.

Ma il confronto, l’abbiamo detto, è parte dell’energia maschile. Chi ha difficoltà, rancore o ferite con il maschile tende a non confrontarsi con nulla, nemmeno con se stesso, non esprime la propria opinione, dice che va sempre tutto bene oppure si lamenta del sistema, di come va il mondo, ma non fa nulla per cambiare. La lamentela è specchio di una ferita, di un bambino che mostra il suo disagio ma non ha le capacità per fare qualcosa, visto che subisce la situazione.

 

iv-limperatore
L’Imperatore – Archetipo del Padre

 

Andare verso il padre significa ritrovare quell’energia maschile, offensiva, aggressiva, territoriale che è propria di ogni individuo e che è necessaria per una vita sana ed appagante. E’ possibile guarire ogni ferita e così anche quella con il padre. Si può non avere un buon rapporto con il proprio padre, ma si può guarire quel trauma originario, in modo da liberare l’energia trattenuta e riconoscerla come benefica.

Tutti abbiamo bisogno di figure di riferimento, siamo emulatori, anche questo fa parte della natura. Perciò, quando una persona non trova nei propri genitori degli esempi da seguire – ed è normale perché il genitore è un essere umano e non un essere onnipotente ed assoluto -, può cercarli altrove, in altre persone. L’adulto si comporta così. Cerca quello che gli serve in giro per il mondo, senza accanirsi sui genitori. Il bambino invece ha bisogno sempre e solo di un’unica figura e si ostina su quella, che è il genitore.

Andare nel mondo è un moto individuale. Ogni individuo può scegliere se farlo con un camper, con l’auto super lusso, a piedi, attraversando i campi o sfrecciando per le autostrade, costruendo tavole di legno oppure scarpe. Non è la forma che conta, bensì la sua energia motrice. Quando un movimento nasce dal cuore, dall’essenza, questo porta con sé la stessa qualità di amore che l’ha originato. Per quello vediamo persone felici che sono molto diverse tra di loro. Non è quello che fanno che le rende felici, è la felicità stessa che ha generato quello che fanno. E quello che fanno è intriso di felicità. Si nutrono e nutrono in un ciclo continuo.

Allo stesso modo, si può scegliere di utilizzare i soldi oppure il baratto, di mangiare carne oppure verdura, di vestire sintetico oppure naturale, di amare un uomo oppure una donna. Sono scelte individuali che non possono essere catalogate come buone o cattive a prescindere, sono tutte espressioni di qualcosa che nasce all’interno dell’individuo. Tutto è simbolo e tutto è disponibile per essere compreso.

Quando si è in contatto con se stessi, è possibile riconoscere nodi e talenti, e favorire quell’alchimia della creazione che è la collaborazione tra femminile e maschile.

 

xiv-larte
L’Arte – o Temperanza – Archetipo del mescolare

 

Rossella

10.11.2016

Vergogna ed Espressione

Ti è capitato di volerti nascondere? Di voler scomparire, dissolverti, diventare invisibile? Ti succede di percepire nel corpo un senso di sporco, vecchio, malandato, misero? In questi ed altri casi, la vergogna ha preso il sopravvento.

La vergogna è un’emozione che porta con sé il desiderio di scomparire per non mostrare quello che riteniamo essere, appunto, vergognoso. Può essere un abito macchiato, i capelli fuori posto, una frase appena detta, un comportamento. Non esiste una cosa vergognosa per definizione. Siamo noi, con le nostre convinzioni, ad attribuire ad oggetti e situazioni l’attributo di vergognoso.

Le convinzioni si consolidano nell’infanzia, con il condizionamento dell’ambiente circostante. Così, succede che quando siamo bambini facciamo qualcosa che per noi può essere spontaneo, divertente, normale, e invece veniamo rimproverati o tacciati come vergognosi da chi si prende cura di noi. Ecco che, per non perdere quell’amore e quella sicurezza, registriamo che quella cosa è vergognosa e portiamo con noi questa convinzione. Diciamo a noi stessi che quella cosa non và fatta.

L’aspetto buffo è che tendiamo a ripetere quello che riteniamo essere vergognoso proprio per ricordarci che in noi esiste una ferita da guarire. Perciò, anziché affliggerci perché continuiamo a ripetere gli stessi errori e proviamo spesso vergogna, possiamo essere consapevoli del nostro comportamento e tornare all’ascolto di noi stessi, per muoverci in modo spontaneo e riconoscere che non esiste qualcosa di vergognoso, esiste solo l’espressione di sé.

 

luceombra

 

Nel nostro sistema energetico, ci sono sette chakra e la vergogna è il lato ombra del terzo chakra. Il lato in luce del terzo chakra è il sole, il manifestarsi, l’espressione per l’appunto. Quando provi vergogna, vuoi nasconderti, scomparire, tutto il contrario che mostrarti. Invece, quando sei in sintonia con te stesso, l’espressione è spontanea.

Per espressione non si intende solo mostrarsi agli altri. Espressione è permettere a quello che c’è dentro di uscire. Quindi, può anche essere ritirarsi dal mondo, andare a riposare, fare qualcosa da soli. Non esistono regole fisse, tengo sempre a precisarlo. Esprimere se stessi può avvenire anche in privato.

Per una persona può essere difficile, per esempio, stare a casa da sola se nella sua famiglia di origine questo comportamento era ritenuto vergognoso, mentre era considerato nobile e giusto incontrare le persone, stare in società. Ognuno di noi ha ricevuto lezioni ed ognuno di noi ha in sé delle convinzioni, che possono essere diverse da quelle altrui. E’ importante comprendere come non ci sono comportamenti giusti o sbagliati a prescindere. C’è solo quello che sentiamo e il giudizio che vi poniamo.

L’ascolto di noi stessi e l’attraversamento delle emozioni permettono di sciogliere i nodi che sono stati alimentati nel corso della vita. Noi interagiamo gli uni con gli altri e capita di scontrarsi con le convinzioni proprie ed altrui. Queste occasioni sono un aiuto per riconoscere le proprie ferite, le convinzioni che impediscono l’espressione individuale e la forza che risiede in ognuno di noi, quella forza vitale che spinge in ogni momento per manifestarsi, per portare alla luce il nostro vero sé.

Gli altri sono un aiuto per riconoscere il nostro potenziale e permettergli di esprimersi. Spesso succede di dare la colpa a qualcuno per le nostre sofferenze e così non riconosciamo che siamo noi stessi a creare le situazioni per renderci consapevoli di noi stessi.

Non esistono colpe, esistono solo ferite che vengono tramandate e che possono essere guarite.

 

Rossella

5.10.2016